All posts by:

Digital Storytelling per musei

5 CONSIGLI PER MIGLIORARE LA TUA COMUNICAZIONE ONLINE

La situazione d’emergenza in cui ci troviamo e la conseguente chiusura delle istituzioni culturali ha forzato lo spostamento sulle piattaforme digitali, dando vita a diverse iniziative online.
Non tutti i musei erano preparati a questo ma tutti si sono adattati utilizzando strategie creative di comunicazione, attivandosi in un approccio che doveva essere adottato da tempo dalle istituzioni culturali italiane ma che invece era stato spesso posto in secondo piano.
Ora, vogliamo contribuire ad affrontare le criticità insieme; per questo vogliamo offrire 5 consigli per comunicare al meglio i vostri contenuti sui social. In particolare, ci rivolgiamo alle piccole e medie istituzioni culturali che non hanno troppe risorse da dedicare alla comunicazione sui social media.

Sfruttiamo questo tempo per imparare a sperimentare e utilizzare strumenti sempre più indispensabili nel futuro.

DARSI UN OBIETTIVO

Non puntare al successo immediato, ma al raggiungimento di un obiettivo specifico.
Per esempio: far cliccare ai visitatori un determinato link o far iscrivere il pubblico alla newsletter; raggiungere un buon livello di engagement o attirare un particolare target di utenti che altrimenti non verrebbero al museo.
É fondamentale avere una missione e una strategia chiara.

CREA UNA GUIDA DI STILE

Crea un documento dove raccogliere tutte le informazioni essenziali per la tua comunicazione in modo tale da mantenere uno stile unico e riconoscibile: è importante che ci sia una forte coerenza fra chi sei e come/cosa comunichi.
Determina il tono di voce della tua istituzione in modo che sia adeguato alle circostanze dei tuoi messaggi e che quindi riesca a interessare il target a cui si riferisce (in un prossimo articolo parleremo di Brand e di voce e torneremo su questo aspetto del tono. Per ora fermiamoci al fatto che il tono di voce è il modo di parlare della tua istituzione, denota la personalità del tuo museo. Non riguarda quello che dici ma come lo dici.

Dove iniziare?

  • Fai un elenco di almeno 10 parole che ti descrivono perfettamente e 10 parole da evitare;
  • Identifica almeno 2-3 valori dell’istituzione che devono sempre trasparire dai tuoi contenuti
IL SISTEMA VISIVO

Quando apriamo un Social Media la prima cosa che ci viene messa in evidenza è l’immagine. È importante quindi non sottovalutare la loro efficacia in un post. Molti studi infatti affermano che il cervello umano ricorda più facilmente ciò che vede. Un immagine comunica alle persone grazie ai colori, all’atmosfera, alle emozioni evocate e ai font utilizzati.
Per rendere un’immagine accattivante sui social bisogna seguire alcune regole:

  • La qualità dell’immagine: scegliere foto nitide in modo che il soggetto sia ben definito. Evitare foto fuori fuoco o di bassa risoluzione che risultano sgranate;
  • Le dimensioni: ogni social ha dimensioni e standard differenti. Quindi è importante tenere in considerazione i social di destinazione e scegliere un’immagine che possa facilmente essere declinata in diverse dimensioni;
  • I colori: per renderti riconoscibile suoi social è possibile sfruttare la combinazione di colore legata al museo e all’immagine coordinata. In questo modo le immagini saranno più coerenti e in linea con la tua identità;
  • Le Font: per scegliere le font giuste bisogna tener conto della sua leggibilità, in modo che si differenzi dal resto, della coerenza con l’immagine coordinata, delle dimensioni nello spazio e del colore che deve creare un contrasto con lo sfondo. Un consiglio generale è quello di non usare troppi font differenti, massimo due, e di preferire le font sans-serif che aiuta la leggibilità sui dispositivi;
  • La composizione e la regola dei terzi: un’immagine deve essere equilibrata nella composizione e per questo motivo è utile sfruttare la regola dei terzi. Per applicarla è necessario dividere l’immagine in terzi sia con linee verticali che con linee orizzontali e bisogna assicurarsi che il soggetto sia posizionato in uno dei punti di intersezione delle linee.

Un ultimo consiglio è quello di testare l’immagine su diversi dispositivi prima di pubblicarla. Questo perché spesso capita di realizzare l’immagine sul computer e sembra avere un buon impatto, ma non sempre quando la vediamo su un dispositivo mobile risulta accattivante.

CONTENUTI NARRATIVI

La forza del digitale si trova nella costruzione di un rapporto empatico. Creare un legame tra i contenuti e il pubblico vuol dire raccontare storie nel quale il pubblico si può immedesimare. Un racconto in grado di toccare da vicino il lettore crea e sedimenta un rapporto duraturo.

Ok, ma in pratica cosa posso fare?

  • Abbandona l’autoreferenzialità;
  • Trova temi, sentimenti, storie universali o estremamente uniche per coinvolgere il lettore e sviluppa nei contenuti la capacità di evocare: il tuo contenuto deve diventare un piccolo momento di piacere per le persone che ci leggono;
  • Non aver paura di uscire dalla comunicazione istituzionale. Perfetta per il sito web, meno per la comunicazione sui social media. Racconta i retroscena, i processi lavorativi, un’esperienza;
  • Non trascurare l’editing del testo. Va bene non comunicare rigidamente ma attenzione agli spazi, alla punteggiatura, ai paragrafi. Se vuoi mantenere l’attenzione del pubblico tutto ciò che scrivi deve essere perfettamente leggibile, chiaro e conciso;
  • Quality over quantity: l’algoritmo premia contenuti “eterni”. Meglio postare un solo contenuto interessante che 10 poco curati e ripetitivi.
FARE RETE

L’istituzione deve sempre interfacciarsi con i suoi stakeholders sia offline sia online. Quindi perché non coinvolgerli anche digitalmente? Un museo della stessa città o provincia, una scuola con i suoi studenti, personalità di spicco del settore. Contattate, taggate, coinvolgete, co-create.
Questo non solo potrà aumentare l’engagement dei vostri contenuti ma soprattutto, con il tempo, creerà una comunità forte e ben definita dentro e fuori la rete.

TROVA LA TUA STRADA

Non esistono regole rigide da seguire per comunicare, ogni istituzione culturale è unica e per questo è importante costruire una strategia su misura.
In ogni caso si può riassumere che si comunica bene se:

  • si amplia il proprio pubblico;
  • si trasmette consapevolezza;
  • si condivide conoscenza;
  • si raccolgono reazioni;
  • si diffondono informazioni;
  • si creano sinergie;
  • si incrementa la propria reputazione

Non importa da dove parti e quali sono i tuoi limiti, l’importante è iniziare!

 

 

Se questo contenuto vi è stato utile fatecelo sapere con un commento o un messaggio.

The Best in Heritage 2019

La 18esima edizione dell’evento The Best in Heritage si é svolta a Dubrovnik dal 25 al 27 Settembre 2019 e ha riunito un’ampia portata di professionisti da tutte le parti del mondo.

The Best in Heritage é una conferenza unica che presenta i migliori progetti legati al patrimonio culturale a livello globale.

L’eccellenza é anche legata al riconoscimento di un “Project of influence”, ovvero un progetto in grado di apportare un cambiamento e avanzare la pratica professionale.

Il riconoscimento “Project of Influence 2019” é stato assegnato a LAMO Centre, da Ladakh, India  – presentato da Monisha Ahmed. Al secondo posto troviamo sia il Detroit Historical Society, dagli Stati Uniti – presentato da Tracy Smith Irwin and Marlowe Stoudamire, e sia lo State Museum of History of GULAG, da Mosca – presentato da Anna Stadinchuk.

Per “IMAGINES Project of Influence”, riconoscimento per progetti multimediali e legati alle nuove tecnologie, la giuria collettiva ha scelto #Romanovs100 & #1917LIVE – presentato da Ivor Crotty di RT. Al seguito troviamo Songlines: Tracking the Seven Sisters Interactive Project del National Museum of Australia – presentato da Sarah Ozolins; e al terzo posto troviamo #ArchiveLottery project – presentato da Adam Corsini del Museum of London .

Entrambi i premi sono simbolo di eccellenza e professionalità. I due “Projects of Influence” vincitori saranno invitati a prendere parte all’appuntamento biennale Exponatec a Colonia e alla MPT-Expo (Chinese Association’s Museum Fair).

L’evento a Dubrovnik é solo una breve versione della conferenza che continua e circola sul web durante tutto l’anno in un archivio di presentazioni delle edizioni passate, accessibili gratuitamente qui http://presentations.thebestinheritage.com/

Seppur piccola, la conferenza rimane unica per il suo raggio globale e la sua abilità di indirizzarsi all’intero settore. Vengono coinvolti infatti archivi, biblioteche, istituzioni virtuali, progetti digitali etc.
La connessione che si crea tra diversi enti e individui professionali fa sì che The Best in Heritage diventi una piattaforma e un’esperienza in grado di ispirare.

Nella prossima newsletter approfondiremo l’argomento raccontandovi di più sull’edizione di quest’anno!

I video delle presentazioni saranno resi disponibili periodicamente al seguente canale Youtube:
https://www.youtube.com/user/TheBestInHeritage


La censura dell’arte nel XXI secolo

Dopo gli scandali emersi dai dati di Cambridge Analytica, i social network, specie Instagram e Facebook, hanno introdotto nuovi algoritmi per salvaguardare le piattaforme e la privacy degli utenti. Tra questi è stato generato un algoritmo che consente la censura e il blocco di immagini che mostrano nudità in modo da non consentire la condivisione di contenuti pornografici.

Cambridge Analytica è una società vicina alla destra statunitense che raccoglie i profili psicologici degli utenti per creare campagne di marketing mirate. Lo scandalo risale a qualche anno fa, quando venne creata da un ricercatore dell’Università di Cambridg, Aleksandr Kogan, una app di nome thisisyourdigitallife dove per utilizzarla bisognava collegarsi con il proprio account Facebook. Kogan è così riuscito a costruire un enorme archivio con i dati di ogni singolo utente ed ha condiviso queste informazioni con Cambridge Analytica violando i termini d’uso di Facebook. Il Guardian e il New York Times sostennero che Facebook fosse comunque al corrente di tutto e che le condizioni d’uso di Facebook fossero “fallate”. Ulteriori problemi sono poi nati quando Cambridge Analytica  sfruttò i dati personali degli utenti di Facebook per fare propaganda politica di diverse campagne elettorali, tra queste l’elezione di Trump

Ma la nudità non sempre è sinonimo di volgarità; essa infatti viene spesso raffigurata nell’arte e riflette le norme sociali, estetiche e morali, del tempo e del luogo in cui è stato eseguita l’opera. Questo perché l’uomo è sempre stato attratto da sé stesso e dal sogno di riuscire a comprendere gli aspetti che lo riguarda, tra cui l’attrazione per l’immagine di sé.

Di questo i social network ne sono consapevoli e infatti nel momento in cui sono entrate in vigore le nuove norme della community, si erano pronunciati a riguardo così:

Sappiamo che immagini di nudo possono essere condivise per diversi motivi, come forma di protesta, per sensibilizzare su una causa e a scopo educativo o medico. Qualora tali immagini siano chiari, facciamo concessi sul contenuto. Ad esempio, se da una parte limitiamo alcune immagini di seni femminili in cui i capezzoli sono visibili, possiamo consentire altre immagini, tra cui quelle che ritraggono atti di protesta, donne che allattano e foto di cicatrici causate da una mastectomia. È permesso anche la pubblicazione di fotografie di dipinti, sculture o altre forme d’arte che ritraggono figure nude.

Ma questo nuovo algoritmo è davvero così efficace?

A quanto pare l’intelligenza artificiale si è dimostrata diverse volte non in grado di distinguere un contenuto pornografico da un contenuto artistico.

L’algoritmo ha infatti censurato diversi post de la Venere di Willendorf, la Discesa dalla croce e la foto che è diventata simbolo della Guerra del Vietnam di Nick Ut.

Casi più recenti riguardano il blocco del video promozionale della mostra di Natalia Goncharova, pittrice del Novecento, che ironicamente all’epoca fu accusata e processata per offesa della pubblica morale e pornografia.

“Natalia Goncharova. Una donna e le avanguardie tra Gauguin, Matisse e Picasso”
Le sue opere saranno esposte a Palazzo Strozzi dal 28 settembre al 12 gennaio.

Il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi ha risposto:

Si può dire che, dopo oltre un secolo, l’opera di Natalia riesce ancora a scandalizzare come aveva fatto ai suoi tempi […] Sui social media vediamo costantemente immagini o video di nudo ma in questo caso viene bloccata l’immagine di un dipinto che appartiene alla storia dell’arte moderna.
Si innesca così inevitabilmente una domanda: può un algoritmo determinare un principio di censura all’interno di uno dei principali mezzi di comunicazione e informazione del mondo?

La censura è arrivata infine anche alle opere di Antonio Canova: il profilo del museocanova nell’ultimo mese si è mossa creando una campagna contro la censura d’immagini di opere d’arte lanciando anche un hashtag #freeantoniocanova, chiedendo ai follower e agli amanti d’arte di condividere le immagini di alcune opere di Canova contenenti nudità.

In questi giorni anche il critico d’arte e presidente dalla Fondazione Canova onlus, Vittorio Sgarbi, ha preso la decisione di fare causa a Facebook e Instagram per queste continue censure alle opere d’arte.

Ma già nel 2018 vi furono delle proteste: sui muri della città di Milano erano state affisse foto di capezzoli di ogni tipo affiancati dall’hashtag #freenipples. Una delle giovani donne dietro a questa iniziativa afferma:

Mi sono scontrata con la censura perché sono una fotografa e ultimamente scatto molti nudi, quindi sento il tema particolarmente vicino.

Per concludere vi lasciamo a un video arrivato dal Belgio che risponde in modo molto divertente a questo nuovo algoritmo dei social network:

Consigli di Lettura – Settembre

Notizie da ricordare #4 – 2019

ICOM e la proposta di una nuova definizione di museo

Non si può far passare Settembre senza fare una veloce considerazione sulla Conferenza Generale dell’ICOM che si è svolta a Kyoto all’inizio del mese.
Come tanti sapranno, uno spazio particolare era stato destinato alla votazione della nuova definizione di museo su cui una Commissione apposita aveva lavorato per quasi un anno, raccogliendo suggerimenti e proposte attraverso una piattaforma aperta a tutti i soci ICOM.

A prescindere che in un anno sono state raccolte 250 proposte di definizioni, alcune delle quali espressione di lavori collettivi che i vari Comitati Nazionali o gruppi di lavoro avevano precedentemente sintetizzato, la versione finale proposta per sostituire la definizione attuale non ha accontentato nessuno, richiamandosi a ideali e valori generici, attribuibili a qualsiasi attività che si possa definire culturale, scarsamente caratterizzanti l’identità del museo contemporaneo.

Ma proprio qui si pone la questione. Noi consideriamo i musei organismi viventi, alcuni dormienti, altri moribondi, ma tuttavia organismi con una vita nel presente, la cui identità è un misto fra ciò che ogni singolo museo propone e ciò che viene percepito dai suoi visitatori. É possibile dare una definizione universale a questo fenomeno?
Soprattutto, la molteplicità di tipologie di musei, delle loro collezioni e delle loro attività nei campi della ricerca, della educazione e della socialità, permette di formulare una definizione univoca a cui tutti i musei del mondo dovrebbero attenersi?
Un’altra variabile che rende difficoltoso promuovere una definizione univoca e universale riguarda gli ambienti in cui i vari musei nel mondo si trovano ad operare, le situazioni politiche e culturali da cui sono nati, le condizioni economiche da cui dipendono. Ambienti, non paesaggi, che incidono pesantemente sulla vita, e sulla identità di un museo.

I modelli sono importanti per stimolare emulazione, miglioramento, anche una sorta di competitività creativa, ma forse ICOM potrebbe supportare i musei a trovare una propria definizione più che a fornirne una, che rischia di divenire vincolante: troppo spesso, nelle missioni dei musei italiani – e
non solo – viene riportata più o meno pedissequamente l’attuale definizione di museo a prescindere dalla propria identità e contesto.

Auguriamoci quindi che il tempo che è stato concesso per trovare una più condivisa sintesi, sia anche un periodo di riflessione di ogni museo su cos’è e cosa vuole essere.

Nel frattempo, noi di soluzionimuseali-ims abbiamo raccolto alcune definizioni:

E voi, cosa ne pensate?

Musei e scelte consapevoli

Si parla spesso del visitor journey all’interno di un museo. Tuttavia, spesso vengono trascurate le ragioni che catturano il visitatore – a monte e a valle dell’esperienza museale, e i motivi reali che fanno nascere il desiderio, se non il bisogno, di andare a visitare un museo e l’impatto che questo può avere sulla vita dei visitatori a lungo termine.

Ma se tramite appositi strumenti conoscitivi e strategici si possono prevedere i bisogni del pubblico – attivando per esempio la mole di big data disponibili –  e cercare di soddisfarli, la museologia tuttavia fa fatica a comprendere cosa davvero rimane al visitatore alla fine di una visita. Non parliamo di condivisioni social, recensioni, passaparola ma come il museo e il suo contenuto ci trasformano individualmente, influenzano le nostre decisioni quotidiane e il nostro stile di vita.

Se infatti il museo è un luogo in cui trovare ispirazione e arricchirsi con nuovi pensieri e prospettive, non si può escludere che abbia anche il potere di renderci, per esempio, dei cittadini consapevoli.

Sono molti i musei oggi che lavorano per la promozione della sostenibilità ambientale. E ve ne sono alcuni che riescono effettivamente a smuovere qualcosa.

Quest’estate The Horniman Museum&Gardens di Londra con il suo pop up display “Beat plastic pollution” ha ispirato i più giovani ad agire concretamente contro l’inquinamento delle acque.

Il museo ha introdotto più di 150 oggetti di plastica all’interno del proprio acquario e sostituito le meduse con borse di plastica. Un’azione che non è passata inosservata agli occhi dei bambini. Il sito del museo riporta la storia di un bambino di 5 anni che, dopo la visita, ha creato un opuscolo sull’argomento, portandolo a scuola e discutendo del tema in classe. Qui potete trovare la notizia completa.

Una comunicazione efficace e un messaggio dal forte impatto possono interagire con le decisioni che prendiamo e i principi che regolano la nostra quotidianità.

Un’istituzione rispettata e investita di fiducia da parte del pubblico come quella museale può anche agire in prima persona per dare l’esempio. Sempre nel Regno Unito i musei diventano punti di protesta per differenti manifestazioni come il Pride e il recente Global Climate Strike dello scorso 20 Settembre. Recentemente, il Natural History Museum londinese ha dichiarato di prendere parte alla campagna OneLessBottle, la quale ha come obiettivo quello di eliminare la plastica monouso nella capitale inglese.

Tutto ciò é dovuto anche alla spinta che la Museum Association ha dato negli ultimi anni verso una presa di coscienza dei musei nella promozione dei diritti umani e civili e che è sfociata in manifestazioni di attivismo sociale. La campagna “Museum Change Lives”, diventata missione e manifesto della MA, é un chiaro esempio della direzione intrapresa.

La rivoluzione, dunque, può partire anche dai musei, promotori di consapevolezza e potenziali protagonisti della lotta al cambiamento climatico. Con questo fine é nato Museums For Future, un movimento globale di operatori museali e professionisti del patrimonio culturale nato per supportare il movimento #FridaysForFuture. Sul loro sito é possibile trovare idee su come i musei possono agire sul clima.

Le istituzioni culturali devono rendere conto del fatto che per loro natura “si esprimono per presa di parola o per scelta di sottrazione, per i pieni che sagomano e per i vuoti che lasciano” (Cimoli 2018) influenzando valori e atteggiamenti.

soluzionimuseali-ims da sempre sostiene la campagna “Mi illumino di meno” e  L’ Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: crediamo che un futuro migliore sia possibile e che tutti possano, anche nel loro piccolo, fare la differenza.

Musei e Gender Gap

Parlare di discriminazione di genere all’interno dei musei non è una novità. Dallo slogan lanciato nel 1985 dalle Guerrila Girls “Do Woman have to be naked to get into the Met Museum?” alle più recenti ricerche sulla gender pay gap fra gli artisti contemporanei, il dibattito è ormai aperto da tempo e ben lontano da una conclusione. E’ chiaro che la strada da percorrere per avere un trattamento equo delle donne nel mondo dell’arte e della cultura è ancora lunga, anche se sicuramente sono stati fatti passi avanti negli ultimi decenni.

Il pari trattamento delle artiste, la loro presenza nei musei e nel mercato dell’arte, il modo in cui le donne vengono rappresentate: questi sono da sempre i temi centrali della battaglia per la parità di genere nel mondo dell’arte e dei musei. C’è però un’altro aspetto della questione che spesso rischia di essere trascurato, soprattutto a livello nazionale: il ruolo che le donne hanno nei musei come lavoratrici.

A nostro parere questo deve diventare invece un argomento centrale: non ci si può aspettare di risolvere, o anche solo affrontare un problema senza lavorare sulle strutture in cui verifica. Non ci si può quindi limitare a ragionare in termini di  contenuti e allestimenti. Bisogna riflettere anche sul museo inteso come luogo di lavoro.

Questo è particolarmente rilevante perché, come dimostrano le ricerche promosse all’estero da istituzioni come GEMM (Gender Equity in Museum Movement)  le professioni museali rischiano di diventare una pink collar profession”, termine nato durante la seconda guerra mondiale per indicare quelle occupazioni che vengono esclusivamente, o quasi, praticate da donne. Negli Stati Uniti, se i trend degli ultimi anni saranno confermati, in un decennio più del 70% della forza lavoro impiegata nei musei sarà composta da donne.

Cosa significa? In questi casi è facile che si verifichi quello che viene chiamato un “respect gap”. Le professioni “femminili” vengono svalutate, considerate meno attraenti dalle persone di entrambi i generi e spesso pagate di meno. E lavorare in un ambiente prevalentemente femminile non elimina inoltre altri tipi di discriminazione. 

E’ vero che anche nelle pink collar profession se la presenza degli uomini non è del tutto assente è però spesso prevalente nei ruoli dirigenziali. Anche in questa categoria si notano differenze di trattamento, come dimostra il report del 2017 sul gender pay gap riguardante i direttori dei musei prodotto dall’AAMD (Association of Art Museum Director, USA). Se il numero delle direttrici donne negli Stati Uniti è in aumento (del 5% rispetto al 2013, per il 48% del totale) le donne continuano a guadagnare di meno rispetto ai loro colleghi uomini. Inoltre, si riscontrano significative differenze in base alla tipologia – e al budget- del museo. Più è alto il budget a disposizione dei musei presi in considerazione, più la percentuale di donne direttrici si abbassa. E in questi casi anche la disparità nello stipendio aumenta notevolmente (le donne guadagnano circa 20% in meno degli uomini).

E in Italia? Non esistono dati o ricerche statistiche specifiche all’ambiente museali, ma il  Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum mette l’Italia al 70° posto a livello mondiale nel suo Global Index, e al bassissimo 118° per  parità nelle opportunità economiche. Rimane alta però la partecipazione delle donne all’educazione. L’Italia si classifica prima per numero di donne laureate, che sono in numero maggiore rispetto agli uomini (136 ragazze ogni 100 ragazzi).  Nelle arti e materie umanistiche il numero di laureate è quasi il doppio rispetto a quello dei colleghi maschi (il 19,2 % delle laureate donne è in materie umanistiche, contro il 10.9% degli uomini).

Questo ci dimostra come l’elemento chiave per ragionare sulla parità di genere nei musei e nel mondo della cultura si trovi nelle condizioni lavorative delle donne. Competenze e volontà di partecipazione sono presenti: è da vedere se questi si traducono in effettive opportunità, trattamento equo e giusta valorizzazione dei talenti.

In ogni caso, una riflessione sullo stato delle donne lavoratrici all’interno dei musei italiani richiede un’analisi più attenta e precisa, che tenga in considerazione i ruoli dirigenziali e le opportunità date alle donne di fare carriera nei musei ma anche tutte le altre categorie lavorative impegnate a far funzionare un museo. Ed è importante che indagini e ricerche siano accompagnate da una conversazione continua ed aperta. 

Proprio questo mese Voice of Cultures ha organizzato degli incontri di brainstorming sul tema “GENDER EQUALITY: Gender Balance in Cultural and Creative Sectors”,  presso il Goethe-Institut a Praga. Questi incontri dovranno identificare problemi, sviluppare possibili azioni da mettere in atto e misure per rimuovere ostacoli alla partecipazione femminile alle arti e alla cultura. I risultati saranno sicuramente un punto di partenza interessante per iniziare a lavorare sulla disparità di genere nel mondo della cultura europeo.

Nessun passo avanti può essere fatto senza un confronto sul tema:  chiediamo quindi a voi di raccontarci le vostre esperienze, negative e positive.

Convenzione di Faro: intervista a Luisella Pavan-Woolfe

L’Italia, con la sospensione della ratifica della Convenzione di Faro, blocca la possibilità di promuovere una nuova visione e un nuovo rapporto tra patrimonio culturale, comunità e diritti umani.

Ne parliamo con Luisella Pavan-Woolfe, direttrice del Consiglio d’Europa Ufficio di Venezia e autrice di un nuovo volume che presenta i contenuti e commenta la portata innovatrice della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul Valore del Patrimonio Culturale per la Società, nonché le strategie elaborate per la sua implementazione, tracciando un bilancio del contesto italiano.

Dottoressa Pavan-Woolfe, dal 2015 Lei è la direttrice dell’ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa e, da lì, si è impegnata molto per diffondere la conoscenza della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore del Patrimonio Culturale per la società, meglio conosciuta come la Convenzione di Faro e per la sua ratifica.
A metà maggio scorso, però, il processo di ratifica da parte del Governo italiano si è nuovamente bloccato. Si è fatta un’idea delle motivazioni?

LPW: La Convenzione, presentata e aperta alle firme degli Stati a Faro in Portogallo nel 2005, è entrata in vigore nel 2011 ed è stata firmato dall’Italia nel 2013.
Durante gli ultimi mesi del 2017, si è assistito ad un intensificarsi dei lavori parlamentari: l’obbiettivo era chiaramente di concludere l’iter di ratifica, il che purtroppo non e’ stato possibile realizzare a causa del termine della legislatura. 
I lavori ripresi nel 2018 hanno conosciuto una nuova battuta d’arresto lo scorso marzo per la volontà espressa da parte del Senato di ulteriori approfondimenti. 
Il cambio di governo e i nuovi equilibri in seno a Camera e Senato possono aver fatto scaturire dubbi e considerazioni anche di natura politica sul disegno di legge.
Il mio augurio è che tali questioni, tecniche o politiche esse siano, vengano presto affrontate e risolte poiché la Convenzione già da tempo viene apprezzata e implementata nel nostro paese da comuni e regioni di diversa maggioranza politica, riconoscimento questo dei valori universali di democrazia e coesione sociale, e della centralità dei diritti culturali e della salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale per la società che la convenzione veicola. 
Lo stesso Ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, ha sottolineato quanto i principi e valori ispiratori della Convenzione siano già presenti anche nell’attività ministeriale, lasciando intendere, mi sembra, come gli attuali impedimenti alla ratifica siano superabili.

La Convenzione di Faro è un “accordo quadro”: a seguito della ratifica il governo e il ministero devono dar vita a un quadro normativo nazionale che definisca il patrimonio come oggetto dei diritti del singolo individuo e attivare meccanismi di monitoraggio e controllo. Pensa che sia stato l’aspetto economico a bloccare nuovamente il processo di ratifica?

LPW: Come giustamente sottolineato, questa è una convenzione quadro, la quale indica una serie di obiettivi lasciando agli stati un’ampia libertà di scelta sui tempi e sui modi in cui perseguirli. 
L’attuale disegno di legge prevede sì degli oneri di attuazione, in realtà minimi (un milione di euro all’anno) ma questi, in caso di necessità, possono subire delle variazioni attraverso un decreto da parte del Ministro dell’economia e delle finanze.
Tenderei pertanto a credere che questa non sia tra le principali cause dell’arresto dell’iter di ratifica. 

Nel Suo libro “Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi” edito per LINEA edizioni, riporta alcuni esempi di progetti attuati nei Paesi che hanno già ratificato la Convenzione. Quali sono gli aspetti più interessanti di questi progetti che potrebbero portare ad una riconsiderazione della ratifica?

LPW: Nonostante queste realtà siano molto differenti tra loro, poiché calate in contesti storico-sociali eterogenei, da tutte (si tratti di Marsiglia, Fontecchio, Viscri o Venezia) emerge chiaramente il ruolo cardine svolto dalle comunità patrimoniali, veri e propri “ponti” tra le esigenze delle amministrazioni da una parte e degli abitanti dall’altra. La condivisione di responsabilità per la tutela del patrimonio culturale ha reso partecipi, in questi differenti contesti, tutte le parti in gioco, diffondendo la consapevolezza dell’importanza della conservazione, protezione e trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni future e rivitalizzando la memoria delle comunità, delle tradizioni, dei monumenti e dei luoghi.
Questa nuova visione del rapporto tra patrimonio culturale e le comunità che lo vivono e custodiscono, svela la forte interconnessione che esiste tra la tutela dei beni culturali e il rispetto dei diritti umani. I diritti culturali, ed in particolare il diritto all’accesso e alla fruizione del patrimonio culturale, vengono così visti come diritti fondamentali di ogni individuo a pari titolo dei diritti civili, politici e sociali. Al tempo stesso un uso sociale, democratico, coesivo ed inclusivo  del patrimonio, porta ad una migliore qualità della vita e un’accresciuta conoscenza del territorio a livello collettivo.

I Paesi che hanno già ratificato la Convenzione sono tutti Paesi del blocco ex sovietico. Pensa che sia motivato da un approccio differente alla cultura e alle sue finalità? 

LPW: Ad un livello generale, se guardiamo ai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, notiamo come il cammino della Convenzione sia diversificato e ancora in divenire a 14 anni dal suo lancio: 25 paesi l’hanno firmato e di questi 18, al momento, l’hanno ratificata.
Molti tra i paesi  dell’Europa occidentale più popolosi e ricchi, ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, non l’hanno ad oggi neppure firmata.
Austria, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia e Portogallo l’hanno però ad oggi ratificata. Italia, Spagna, San Marino, Svizzera e Belgio l’hanno firmata e non ancora ratificata. 

Questo è in contrasto con quanto avvenuto con molti paesi del blocco ex sovietico. 
La motivazione è né univoca né casuale. Da un lato possiamo notare la difficoltà riscontrata da alcuni stati ad inserire, in maniera coerente e organica con la propria legislazione esistente, i principi “rivoluzionari” portati dalla Convenzione, i quali spostano l’attenzione dalla consolidata opera di tutela e salvaguardia del patrimonio culturale al diritto dei cittadini alla partecipazione culturale. Dall’altro, bisogna tenere presente che la convenzione ribadisce come il patrimonio debba e possa essere strumento di democrazia, costruzione di pace e di coesione sociale. Questo può aver fatto maggiormente leva tra i paesi dei Balcani occidentali che hanno vissuto un conflitto fratricida in tempi non lontani, un conflitto durante il quale il patrimonio culturale – dal ponte di Mostar alla biblioteca di Sarajevo – era divenuto strumento di contrapposizione etnica e oggetto di distruzione identitaria.

Nel Suo libro sono riportati anche progetti italiani che si sono ispirati a “Faro”. Non pensa che, in fondo, il Sistema Museale Nazionale, che prevede un forte coinvolgimento dei pubblici e dei territori, vada già nella direzione indicata dalla Convenzione di Faro?

LPW: Sono pienamente d’accordo. Molte delle esperienze italiane e internazionali presenti nel volume testimoniano progetti e iniziative che hanno origine ben prima della nascita della Convenzione. La raccolta e la messa in rete di tutte queste preziose esperienze, secondo i principi e le raccomandazioni della Convenzione, le fa divenire buone pratiche fruibili e replicabili in diversi contesti. In un paese come il nostro in cui, secondo i dati di un recente Eurobarometro, il tasso di partecipazione alla vita culturale è tra i più bassi d’Europa, perseguire il potenziamento delle sinergie fra pubbliche istituzioni, cittadini, abitanti e associazioni mettendo a sistema quanto già esistente, risulta fondamentale. Esistono inoltre Piani d’azione biennali per la creazione di reti di buone prassi e di comunità, che vanno proprio in questo senso.

Cosa pensa si possa fare, adesso? Come si aspetterebbe che reagisse la comunità culturale italiana?

LPW: Mi auguro innanzitutto che l’iter parlamentare riprenda e che l’Italia possa ratificare in tempi brevi la convenzione. Darsi un quadro legislativo certo non potrebbe che consolidare i principi della convenzione nella prassi di istituzioni e società civile e supportare le iniziative spontanee di associazioni volontarie, istituzioni locali e comunità patrimoniali.
La ratifica della Convenzione è una tappa importante del percorso intrapreso in modo spontaneo da molti in Italia.  
La sede italiana del Consiglio d’Europa continuerà la sua opera di sensibilizzazione nei confronti di cittadini, attori della comunità culturale italiana e istituzioni. Tra le varie attività portate avanti, ricordo che anche quest’anno a livello nazionale stiamo coordinando l’organizzazione di Passeggiate Patrimoniali in particolare durante le Giornate europee del Patrimonio. Questi strumenti della Convenzione sono speciali percorsi tematici che, superando la tradizionale modalità della visita guidata e interpretando il diritto al patrimonio culturale definito nella Convenzione di Faro, consentono ai partecipanti di scoprire e/o riscoprire un territorio attraverso gli occhi e le voci di chi lo vive. Essendo realizzate direttamente da cittadini, associazioni ed istituzioni legate ad un certo luogo ed ivi operanti, favoriscono una comprensione più profonda del patrimonio, la sua valorizzazione e una fruizione più sostenibile. Il programma è cresciuto di anno in anno grazie alla collaborazione con la Federazione italiana dei club e centri per l’UNESCO (FICLU) e alla pubblicizzazione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali (MiBAC). Da quest’anno si avvale anche del supporto e partecipazione di Federculture e della Rete WIGWAM. In alcune delle passeggiate proposte durante le Giornate Europee del Patrimonio verranno coinvolti anche alcuni Parlamentari che si stanno adoperando per la ratifica della Convenzione.
Non posso infine che invitare i numerosi operatori del settore culturale italiano a far propri i principi e valori della convenzione, implementarli attraverso le rispettive attività e attivare le  proprie reti di contatti per una ripresa finalmente conclusiva dei lavori parlamentari di ratifica della convenzione. 

BIOGRAFIA

Nata a Trieste, Luisella Pavan-Woolfe ha studiato a Venezia e negli Stati Uniti e si è laureata in Scienze Politiche magna cum laude all’Università di Padova. In tale sede universitaria ha lavorato successivamente come assistente di ruolo presso la cattedra di diritto anglo-americano.

In qualità di funzionario della Commissione Europea ha sviluppato nuove politiche e legislazioni nelle aree della protezione dell’ambiente, dei trasporti, dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne e del contrasto alle discriminazioni. Ha inoltre gestito i fondi strutturali dell’Unione europea finalizzati al sostegno della formazione, istruzione e occupazione.

E’ stata la prima direttrice per le Pari Opportunità ad essere nominata dalla Commissione Europea. Entrata nel 2007 nel Servizio Diplomatico dell’Unione, ha aperto la delegazione dell’UE presso il Consiglio d’Europa ed è stato il primo ambasciatore residente dell’Unione a Strasburgo. Qui ha rappresentato l’Unione, coordinato i Paesi membri e lavorato sui temi dei diritti dell’uomo e della democrazia.

Da luglio 2015 è Direttore dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa.

E’ autrice di vari articoli su questioni europee. Ha pubblicato “Il fondo Sociale europeo nello sviluppo italiano”, un libro sulle interrelazioni fra fondi strutturali, politiche dell’impiego e affari sociali in Italia. Ha ricevuto nel 1998 il premio europeo della Fondazione Bellisario per le Donne Imprenditrici.

Nel 2019 pubblica Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi.

European Heritage Awards Jury 2020

Siamo orgogliosi di annunciare che Maria Cristina Vannini, direttrice di soluzionimuseali-ims sas, é stata nominata come Member of the Heritage Awards Jury nella categoria Education, Training and Awareness-Raising per le edizioni 2020-2022 di European Heritage Awards / Europa Nostra Awards.
Consapevoli della sua profonda conoscenza del settore e professionalità, non possiamo che augurarle un buon lavoro!

COSA SONO GLI EUROPEAN HERITAGE AWARDS?

Gli European Heritage Awards/ Europa Nostra Awards rappresentano i premi più ambiti nel campo del patrimonio culturale.
Il progetto (precedentemente chiamato EU Prize for Cultural Heritage / Europa Nostra Awards) é stato lanciato dalla Commissione Europea nel 2002 ed é sempre stato gestito da Europa Nostra.
Nel corso degli anni i vincitori hanno ottenuto vantaggiosi benefici: esposizione nazionale e internazionale, aumento dei visitatori e dei fondi.

Saranno consegnati fino a 30 riconoscimenti nelle seguenti categorie:

  • Conservation, 
  • Research, 
  • Dedicated Service, 
  • Education, Training and Awareness-Raising.

In questa edizione due nuovi ILUCIDARE Special Prizes saranno consegnati tra i candidati.
ILUCIDARE é un progetto sovvenzionato da European Union’s Horizon 2020 Research and Innovation Programme, il quale ha lo scopo di stabilire un network internazionale per la promozione del patrimonio come una risorsa di innovazione e cooperazione internazionale.

PARTECIPARE

É possibile inviare la candidatura entro il 1 Ottobre 2019.

Invia il tuo progetto e condividi il tuo successo!

CALL FOR ENTRIES [PDF]
www.europeanheritageawards.eu