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Giornata Mondiale dell’Ambiente: i musei più green

CHE COS’È UN MUSEO GREEN?

Possiamo definire museo “green”, un museo che incorpora concetti di sostenibilità nelle sue operazioni, programmazione e strutture. Alcuni risiedono in un edificio caratterizzato da un’architettura e tecnologia sostenibili e molto spesso si impegnano ad aumentare la consapevolezza del pubblico sulla crisi climatica, sulla terra e i suoi limiti e di come le azioni invidivuali e collettive la influenzano.

Come riportato da Iberdrola: “I musei sostenibili del 21 ° secolo sono efficienti dal punto di vista energetico, gestiti in modo sostenibile e sensibilizzano l’opinione pubblica sulle questioni ambientali.”
Come istituzioni investite di fiducia da parte del pubblico, i musei possono usare la loro posizione per creare una cultura della sostenibilità.

Noi crediamo, insieme ad altri studiosi e professionisti, che l’attenzione alla sostenibilità sia un modo per i musei di essere rilevanti nel 21° secolo.

I MUSEI ECOSOSTENIBILI NEL MONDO

Abbiamo parlato in passato di musei e scelte consapevoli, ma per la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020 abbiamo deciso di fare una lista con alcuni dei musei che si impegnano attraverso le loro azioni per promuovere un futuro ecosostenibile.

 

Museo del Prado (Spagna)

Australian Museum  (Australia)

The Horniman Museum&Gardens (Inghilterra)

Museum of Tomorrow in Rio de Janeiro (Brasile)

Ocean Museum in Biarritz (Francia)

Panama Biomuseum (Panama)

Field Museum in Chicago (Stati Uniti)

Jockey Club Museum of Climate Change di Hong Kong (Cina)

Tate (Inghilterra)

 

Per quanto riguarda il panorama nazionale non possiamo non citare il lavoro svolto da:

Museo delle Scienze (MuSe) di Trento

Explora – il Museo dei Bambini di Roma

MART di Rovereto

 

Nella nostra lista inoltre includiamo i musei che hanno ricevuto una Special Commendation for Sustainability dalla giuria di European Museum of the Year Award. Introdotto per la prima volta nel 2015, il premio viene assegnato a un museo che ha dimostrato un alto impegno nello sviluppo di iniziative legate alle attitudini ecologiche, riducendo l’impatto ambientale e riflettendo la diversità della sua società, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie necessità. Il premio é sponsorizzato da MEYVAERT.

  • World Nature Forum, Svizzera (2019)
    Il World Nature Forum affronta una delle questioni più importanti per l’umanità nel 21 ° secolo: l’impatto dei cambiamenti climatici. Attraverso le sue eccellenti mostre, progetti scientifici e programmi educativi, rivela come i cambiamenti climatici stanno influenzando il ghiacciaio Jungfrau-Aletsch, una fonte d’acqua per l’agricoltura, non solo per la regione delle Alpi svizzere ma per gran parte dell’Europa.
  • Vapriikki Museum Centre, Tampere, Finlandia (2018)
    Fornisce un modello per i musei di tutto il mondo: oltre a servire le sue comunità locali questo museo è stato premiato per il suo concetto unico di creare un’istituzione culturale socialmente responsabile, razionale, economicamente sostenibile, professionale, unita dal principio del lavoro collaborativo.
  • Visitor Centre of the Swiss Ornithological Institute Sempach, Svizzera (2017)
    Il centro ha ricevuto l’Encomio speciale della giuria per la sostenibilità del il suo approccio innovativo relativo alla sensibilizzazione del pubblico sulle specie in pericolo e per la creazione di un edificio e un ambiente altamente sostenibili sia per gli uccelli che per i visitatori.
  • Museum of Bibracte, Mont Beuvray, Francia (2016)
    Il museo, incentrato sulla civiltà celtica, è impegnato nella sostenibilità ambientale e sociale promuovendo la gestione intelligente del sito naturale, preservando i paesaggi, dando la priorità alle attrezzature a bassa energia e sviluppando progetti per l’impiego a lungo termine in alcuni tipi di lavoro, con un programma di attività rivolte alla comunità locale.
  • The Finnish Nature Centre Haltia, Haltia, Finlandia (2015)
    Il Centro è stato riconosciuto per il suo lavoro di educazione ambientale, attraverso il quale incoraggia i giovani a uscire nella natura e ad impegnarsi in attività eco-compatibili. Inoltre l’edificio di Haltia è stato elogiato per la sua eco-efficienza e la sua partnership ben progettata tra uomo e natura.

Cliccando qui potete anche trovare la lista dei musei certificati LEED (Leadership in Energy and Environmental Design).

SOSTENIBILITÀ E CSR

Una ricerca Accenture ha rivelato che i consumatori, di tutte le generazioni, si preoccupano di ciò che le compagnie dicono e di come agiscono. La stessa ricerca afferma che più di sei giovani consumatori su dieci considerano attentamente i valori etici e l’autenticità di un’azienda prima di acquistare i loro prodotti. Per questo, la cultura della sostenibilità comincia a farsi strada, ancora prima che nelle istituzioni culturali, nelle aziende rientrando nelle strategie di Corporate Social Responsibility (CSR). Attivare una brand reputation consapevole e attenta alle tematiche ambientali può essere la chiave per agire anche a livello aziendale su una tematica delicata ma necessaria per il futuro delle prossime generazioni.

 

Una perfetta simbiosi di pratiche attente all’ambiente legate a un museo d’impresa la si trova nel Museo Salvatore Ferragamo, “il primo museo aziendale Green d’Italia”.

In questi giorni abbiamo fatto domanda per diventare membri del Climate Heritage Network. Chi ci segue da tempo sa che quello della sostenibilità é un tema a cui teniamo molto e oggi rinnoviamo il nostro impegno nel voler contribuire alla lotta al cambiamento climatico lavorando sulle potenzialità dell’ambito culturale.

 

“Museums hold in one body the diverse physical and intellectual resources, abilities, creativity, freedom, and authority to foster the changes the world needs most.”

Sarah Sutton

Convenzione di Faro: intervista a Luisella Pavan-Woolfe

L’Italia, con la sospensione della ratifica della Convenzione di Faro, blocca la possibilità di promuovere una nuova visione e un nuovo rapporto tra patrimonio culturale, comunità e diritti umani.

Ne parliamo con Luisella Pavan-Woolfe, direttrice del Consiglio d’Europa Ufficio di Venezia e autrice di un nuovo volume che presenta i contenuti e commenta la portata innovatrice della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul Valore del Patrimonio Culturale per la Società, nonché le strategie elaborate per la sua implementazione, tracciando un bilancio del contesto italiano.

Dottoressa Pavan-Woolfe, dal 2015 Lei è la direttrice dell’ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa e, da lì, si è impegnata molto per diffondere la conoscenza della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore del Patrimonio Culturale per la società, meglio conosciuta come la Convenzione di Faro e per la sua ratifica.
A metà maggio scorso, però, il processo di ratifica da parte del Governo italiano si è nuovamente bloccato. Si è fatta un’idea delle motivazioni?

LPW: La Convenzione, presentata e aperta alle firme degli Stati a Faro in Portogallo nel 2005, è entrata in vigore nel 2011 ed è stata firmato dall’Italia nel 2013.
Durante gli ultimi mesi del 2017, si è assistito ad un intensificarsi dei lavori parlamentari: l’obbiettivo era chiaramente di concludere l’iter di ratifica, il che purtroppo non e’ stato possibile realizzare a causa del termine della legislatura. 
I lavori ripresi nel 2018 hanno conosciuto una nuova battuta d’arresto lo scorso marzo per la volontà espressa da parte del Senato di ulteriori approfondimenti. 
Il cambio di governo e i nuovi equilibri in seno a Camera e Senato possono aver fatto scaturire dubbi e considerazioni anche di natura politica sul disegno di legge.
Il mio augurio è che tali questioni, tecniche o politiche esse siano, vengano presto affrontate e risolte poiché la Convenzione già da tempo viene apprezzata e implementata nel nostro paese da comuni e regioni di diversa maggioranza politica, riconoscimento questo dei valori universali di democrazia e coesione sociale, e della centralità dei diritti culturali e della salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale per la società che la convenzione veicola. 
Lo stesso Ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, ha sottolineato quanto i principi e valori ispiratori della Convenzione siano già presenti anche nell’attività ministeriale, lasciando intendere, mi sembra, come gli attuali impedimenti alla ratifica siano superabili.

La Convenzione di Faro è un “accordo quadro”: a seguito della ratifica il governo e il ministero devono dar vita a un quadro normativo nazionale che definisca il patrimonio come oggetto dei diritti del singolo individuo e attivare meccanismi di monitoraggio e controllo. Pensa che sia stato l’aspetto economico a bloccare nuovamente il processo di ratifica?

LPW: Come giustamente sottolineato, questa è una convenzione quadro, la quale indica una serie di obiettivi lasciando agli stati un’ampia libertà di scelta sui tempi e sui modi in cui perseguirli. 
L’attuale disegno di legge prevede sì degli oneri di attuazione, in realtà minimi (un milione di euro all’anno) ma questi, in caso di necessità, possono subire delle variazioni attraverso un decreto da parte del Ministro dell’economia e delle finanze.
Tenderei pertanto a credere che questa non sia tra le principali cause dell’arresto dell’iter di ratifica. 

Nel Suo libro “Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi” edito per LINEA edizioni, riporta alcuni esempi di progetti attuati nei Paesi che hanno già ratificato la Convenzione. Quali sono gli aspetti più interessanti di questi progetti che potrebbero portare ad una riconsiderazione della ratifica?

LPW: Nonostante queste realtà siano molto differenti tra loro, poiché calate in contesti storico-sociali eterogenei, da tutte (si tratti di Marsiglia, Fontecchio, Viscri o Venezia) emerge chiaramente il ruolo cardine svolto dalle comunità patrimoniali, veri e propri “ponti” tra le esigenze delle amministrazioni da una parte e degli abitanti dall’altra. La condivisione di responsabilità per la tutela del patrimonio culturale ha reso partecipi, in questi differenti contesti, tutte le parti in gioco, diffondendo la consapevolezza dell’importanza della conservazione, protezione e trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni future e rivitalizzando la memoria delle comunità, delle tradizioni, dei monumenti e dei luoghi.
Questa nuova visione del rapporto tra patrimonio culturale e le comunità che lo vivono e custodiscono, svela la forte interconnessione che esiste tra la tutela dei beni culturali e il rispetto dei diritti umani. I diritti culturali, ed in particolare il diritto all’accesso e alla fruizione del patrimonio culturale, vengono così visti come diritti fondamentali di ogni individuo a pari titolo dei diritti civili, politici e sociali. Al tempo stesso un uso sociale, democratico, coesivo ed inclusivo  del patrimonio, porta ad una migliore qualità della vita e un’accresciuta conoscenza del territorio a livello collettivo.

I Paesi che hanno già ratificato la Convenzione sono tutti Paesi del blocco ex sovietico. Pensa che sia motivato da un approccio differente alla cultura e alle sue finalità? 

LPW: Ad un livello generale, se guardiamo ai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, notiamo come il cammino della Convenzione sia diversificato e ancora in divenire a 14 anni dal suo lancio: 25 paesi l’hanno firmato e di questi 18, al momento, l’hanno ratificata.
Molti tra i paesi  dell’Europa occidentale più popolosi e ricchi, ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, non l’hanno ad oggi neppure firmata.
Austria, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia e Portogallo l’hanno però ad oggi ratificata. Italia, Spagna, San Marino, Svizzera e Belgio l’hanno firmata e non ancora ratificata. 

Questo è in contrasto con quanto avvenuto con molti paesi del blocco ex sovietico. 
La motivazione è né univoca né casuale. Da un lato possiamo notare la difficoltà riscontrata da alcuni stati ad inserire, in maniera coerente e organica con la propria legislazione esistente, i principi “rivoluzionari” portati dalla Convenzione, i quali spostano l’attenzione dalla consolidata opera di tutela e salvaguardia del patrimonio culturale al diritto dei cittadini alla partecipazione culturale. Dall’altro, bisogna tenere presente che la convenzione ribadisce come il patrimonio debba e possa essere strumento di democrazia, costruzione di pace e di coesione sociale. Questo può aver fatto maggiormente leva tra i paesi dei Balcani occidentali che hanno vissuto un conflitto fratricida in tempi non lontani, un conflitto durante il quale il patrimonio culturale – dal ponte di Mostar alla biblioteca di Sarajevo – era divenuto strumento di contrapposizione etnica e oggetto di distruzione identitaria.

Nel Suo libro sono riportati anche progetti italiani che si sono ispirati a “Faro”. Non pensa che, in fondo, il Sistema Museale Nazionale, che prevede un forte coinvolgimento dei pubblici e dei territori, vada già nella direzione indicata dalla Convenzione di Faro?

LPW: Sono pienamente d’accordo. Molte delle esperienze italiane e internazionali presenti nel volume testimoniano progetti e iniziative che hanno origine ben prima della nascita della Convenzione. La raccolta e la messa in rete di tutte queste preziose esperienze, secondo i principi e le raccomandazioni della Convenzione, le fa divenire buone pratiche fruibili e replicabili in diversi contesti. In un paese come il nostro in cui, secondo i dati di un recente Eurobarometro, il tasso di partecipazione alla vita culturale è tra i più bassi d’Europa, perseguire il potenziamento delle sinergie fra pubbliche istituzioni, cittadini, abitanti e associazioni mettendo a sistema quanto già esistente, risulta fondamentale. Esistono inoltre Piani d’azione biennali per la creazione di reti di buone prassi e di comunità, che vanno proprio in questo senso.

Cosa pensa si possa fare, adesso? Come si aspetterebbe che reagisse la comunità culturale italiana?

LPW: Mi auguro innanzitutto che l’iter parlamentare riprenda e che l’Italia possa ratificare in tempi brevi la convenzione. Darsi un quadro legislativo certo non potrebbe che consolidare i principi della convenzione nella prassi di istituzioni e società civile e supportare le iniziative spontanee di associazioni volontarie, istituzioni locali e comunità patrimoniali.
La ratifica della Convenzione è una tappa importante del percorso intrapreso in modo spontaneo da molti in Italia.  
La sede italiana del Consiglio d’Europa continuerà la sua opera di sensibilizzazione nei confronti di cittadini, attori della comunità culturale italiana e istituzioni. Tra le varie attività portate avanti, ricordo che anche quest’anno a livello nazionale stiamo coordinando l’organizzazione di Passeggiate Patrimoniali in particolare durante le Giornate europee del Patrimonio. Questi strumenti della Convenzione sono speciali percorsi tematici che, superando la tradizionale modalità della visita guidata e interpretando il diritto al patrimonio culturale definito nella Convenzione di Faro, consentono ai partecipanti di scoprire e/o riscoprire un territorio attraverso gli occhi e le voci di chi lo vive. Essendo realizzate direttamente da cittadini, associazioni ed istituzioni legate ad un certo luogo ed ivi operanti, favoriscono una comprensione più profonda del patrimonio, la sua valorizzazione e una fruizione più sostenibile. Il programma è cresciuto di anno in anno grazie alla collaborazione con la Federazione italiana dei club e centri per l’UNESCO (FICLU) e alla pubblicizzazione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali (MiBAC). Da quest’anno si avvale anche del supporto e partecipazione di Federculture e della Rete WIGWAM. In alcune delle passeggiate proposte durante le Giornate Europee del Patrimonio verranno coinvolti anche alcuni Parlamentari che si stanno adoperando per la ratifica della Convenzione.
Non posso infine che invitare i numerosi operatori del settore culturale italiano a far propri i principi e valori della convenzione, implementarli attraverso le rispettive attività e attivare le  proprie reti di contatti per una ripresa finalmente conclusiva dei lavori parlamentari di ratifica della convenzione. 

 

BIOGRAFIA

Nata a Trieste, Luisella Pavan-Woolfe ha studiato a Venezia e negli Stati Uniti e si è laureata in Scienze Politiche magna cum laude all’Università di Padova. In tale sede universitaria ha lavorato successivamente come assistente di ruolo presso la cattedra di diritto anglo-americano.

In qualità di funzionario della Commissione Europea ha sviluppato nuove politiche e legislazioni nelle aree della protezione dell’ambiente, dei trasporti, dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne e del contrasto alle discriminazioni. Ha inoltre gestito i fondi strutturali dell’Unione europea finalizzati al sostegno della formazione, istruzione e occupazione.

E’ stata la prima direttrice per le Pari Opportunità ad essere nominata dalla Commissione Europea. Entrata nel 2007 nel Servizio Diplomatico dell’Unione, ha aperto la delegazione dell’UE presso il Consiglio d’Europa ed è stato il primo ambasciatore residente dell’Unione a Strasburgo. Qui ha rappresentato l’Unione, coordinato i Paesi membri e lavorato sui temi dei diritti dell’uomo e della democrazia.

Da luglio 2015 è Direttore dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa.

E’ autrice di vari articoli su questioni europee. Ha pubblicato “Il fondo Sociale europeo nello sviluppo italiano”, un libro sulle interrelazioni fra fondi strutturali, politiche dell’impiego e affari sociali in Italia. Ha ricevuto nel 1998 il premio europeo della Fondazione Bellisario per le Donne Imprenditrici.

Nel 2019 pubblica Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi.

 

 

Musei e scelte consapevoli

Si parla spesso del visitor journey all’interno di un museo. Tuttavia, spesso vengono trascurate le ragioni che catturano il visitatore – a monte e a valle dell’esperienza museale, e i motivi reali che fanno nascere il desiderio, se non il bisogno, di andare a visitare un museo e l’impatto che questo può avere sulla vita dei visitatori a lungo termine.

Ma se tramite appositi strumenti conoscitivi e strategici si possono prevedere i bisogni del pubblico – attivando per esempio la mole di big data disponibili –  e cercare di soddisfarli, la museologia tuttavia fa fatica a comprendere cosa davvero rimane al visitatore alla fine di una visita. Non parliamo di condivisioni social, recensioni, passaparola ma come il museo e il suo contenuto ci trasformano individualmente, influenzano le nostre decisioni quotidiane e il nostro stile di vita.

Se infatti il museo è un luogo in cui trovare ispirazione e arricchirsi con nuovi pensieri e prospettive, non si può escludere che abbia anche il potere di renderci, per esempio, dei cittadini consapevoli.

Sono molti i musei oggi che lavorano per la promozione della sostenibilità ambientale. E ve ne sono alcuni che riescono effettivamente a smuovere qualcosa.

Quest’estate The Horniman Museum&Gardens di Londra con il suo pop up display “Beat plastic pollution” ha ispirato i più giovani ad agire concretamente contro l’inquinamento delle acque.

Il museo ha introdotto più di 150 oggetti di plastica all’interno del proprio acquario e sostituito le meduse con borse di plastica. Un’azione che non è passata inosservata agli occhi dei bambini. Il sito del museo riporta la storia di un bambino di 5 anni che, dopo la visita, ha creato un opuscolo sull’argomento, portandolo a scuola e discutendo del tema in classe. Qui potete trovare la notizia completa.

Una comunicazione efficace e un messaggio dal forte impatto possono interagire con le decisioni che prendiamo e i principi che regolano la nostra quotidianità.

Un’istituzione rispettata e investita di fiducia da parte del pubblico come quella museale può anche agire in prima persona per dare l’esempio. Sempre nel Regno Unito i musei diventano punti di protesta per differenti manifestazioni come il Pride e il recente Global Climate Strike dello scorso 20 Settembre. Recentemente, il Natural History Museum londinese ha dichiarato di prendere parte alla campagna OneLessBottle, la quale ha come obiettivo quello di eliminare la plastica monouso nella capitale inglese.

Tutto ciò é dovuto anche alla spinta che la Museum Association ha dato negli ultimi anni verso una presa di coscienza dei musei nella promozione dei diritti umani e civili e che è sfociata in manifestazioni di attivismo sociale. La campagna “Museum Change Lives”, diventata missione e manifesto della MA, é un chiaro esempio della direzione intrapresa.

La rivoluzione, dunque, può partire anche dai musei, promotori di consapevolezza e potenziali protagonisti della lotta al cambiamento climatico. Con questo fine é nato Museums For Future, un movimento globale di operatori museali e professionisti del patrimonio culturale nato per supportare il movimento #FridaysForFuture. Sul loro sito é possibile trovare idee su come i musei possono agire sul clima.

Le istituzioni culturali devono rendere conto del fatto che per loro natura “si esprimono per presa di parola o per scelta di sottrazione, per i pieni che sagomano e per i vuoti che lasciano” (Cimoli 2018) influenzando valori e atteggiamenti.

soluzionimuseali-ims da sempre sostiene la campagna “Mi illumino di meno” e  L’ Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: crediamo che un futuro migliore sia possibile e che tutti possano, anche nel loro piccolo, fare la differenza.

Musei e Gender Gap

Parlare di discriminazione di genere all’interno dei musei non è una novità. Dallo slogan lanciato nel 1985 dalle Guerrila Girls “Do Woman have to be naked to get into the Met Museum?” alle più recenti ricerche sulla gender pay gap fra gli artisti contemporanei, il dibattito è ormai aperto da tempo e ben lontano da una conclusione. E’ chiaro che la strada da percorrere per avere un trattamento equo delle donne nel mondo dell’arte e della cultura è ancora lunga, anche se sicuramente sono stati fatti passi avanti negli ultimi decenni.

Il pari trattamento delle artiste, la loro presenza nei musei e nel mercato dell’arte, il modo in cui le donne vengono rappresentate: questi sono da sempre i temi centrali della battaglia per la parità di genere nel mondo dell’arte e dei musei. C’è però un’altro aspetto della questione che spesso rischia di essere trascurato, soprattutto a livello nazionale: il ruolo che le donne hanno nei musei come lavoratrici.

A nostro parere questo deve diventare invece un argomento centrale: non ci si può aspettare di risolvere, o anche solo affrontare un problema senza lavorare sulle strutture in cui verifica. Non ci si può quindi limitare a ragionare in termini di  contenuti e allestimenti. Bisogna riflettere anche sul museo inteso come luogo di lavoro.

Questo è particolarmente rilevante perché, come dimostrano le ricerche promosse all’estero da istituzioni come GEMM (Gender Equity in Museum Movement)  le professioni museali rischiano di diventare una pink collar profession”, termine nato durante la seconda guerra mondiale per indicare quelle occupazioni che vengono esclusivamente, o quasi, praticate da donne. Negli Stati Uniti, se i trend degli ultimi anni saranno confermati, in un decennio più del 70% della forza lavoro impiegata nei musei sarà composta da donne.

Cosa significa? In questi casi è facile che si verifichi quello che viene chiamato un “respect gap”. Le professioni “femminili” vengono svalutate, considerate meno attraenti dalle persone di entrambi i generi e spesso pagate di meno. E lavorare in un ambiente prevalentemente femminile non elimina inoltre altri tipi di discriminazione. 

E’ vero che anche nelle pink collar profession se la presenza degli uomini non è del tutto assente è però spesso prevalente nei ruoli dirigenziali. Anche in questa categoria si notano differenze di trattamento, come dimostra il report del 2017 sul gender pay gap riguardante i direttori dei musei prodotto dall’AAMD (Association of Art Museum Director, USA). Se il numero delle direttrici donne negli Stati Uniti è in aumento (del 5% rispetto al 2013, per il 48% del totale) le donne continuano a guadagnare di meno rispetto ai loro colleghi uomini. Inoltre, si riscontrano significative differenze in base alla tipologia – e al budget- del museo. Più è alto il budget a disposizione dei musei presi in considerazione, più la percentuale di donne direttrici si abbassa. E in questi casi anche la disparità nello stipendio aumenta notevolmente (le donne guadagnano circa 20% in meno degli uomini).

E in Italia? Non esistono dati o ricerche statistiche specifiche all’ambiente museali, ma il  Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum mette l’Italia al 70° posto a livello mondiale nel suo Global Index, e al bassissimo 118° per  parità nelle opportunità economiche. Rimane alta però la partecipazione delle donne all’educazione. L’Italia si classifica prima per numero di donne laureate, che sono in numero maggiore rispetto agli uomini (136 ragazze ogni 100 ragazzi).  Nelle arti e materie umanistiche il numero di laureate è quasi il doppio rispetto a quello dei colleghi maschi (il 19,2 % delle laureate donne è in materie umanistiche, contro il 10.9% degli uomini).

Questo ci dimostra come l’elemento chiave per ragionare sulla parità di genere nei musei e nel mondo della cultura si trovi nelle condizioni lavorative delle donne. Competenze e volontà di partecipazione sono presenti: è da vedere se questi si traducono in effettive opportunità, trattamento equo e giusta valorizzazione dei talenti.

In ogni caso, una riflessione sullo stato delle donne lavoratrici all’interno dei musei italiani richiede un’analisi più attenta e precisa, che tenga in considerazione i ruoli dirigenziali e le opportunità date alle donne di fare carriera nei musei ma anche tutte le altre categorie lavorative impegnate a far funzionare un museo. Ed è importante che indagini e ricerche siano accompagnate da una conversazione continua ed aperta. 

Proprio questo mese Voice of Cultures ha organizzato degli incontri di brainstorming sul tema “GENDER EQUALITY: Gender Balance in Cultural and Creative Sectors”,  presso il Goethe-Institut a Praga. Questi incontri dovranno identificare problemi, sviluppare possibili azioni da mettere in atto e misure per rimuovere ostacoli alla partecipazione femminile alle arti e alla cultura. I risultati saranno sicuramente un punto di partenza interessante per iniziare a lavorare sulla disparità di genere nel mondo della cultura europeo.

Nessun passo avanti può essere fatto senza un confronto sul tema:  chiediamo quindi a voi di raccontarci le vostre esperienze, negative e positive.

IL MUSEO ACCESSIBILE

DISABILITÀ, ACCESSIBILITÀ, INTEGRAZIONE: COME IL MUSEO EVOLVE PER DIVENTARE UN LUOGO APERTO A TUTTI

Ricordiamo che lo scorso mese è di particolare rilevanza, perché luglio è riconosciuto in America come il Disability Pride Month, poiché coincide con l’anniversario della firma dell’Americans with Disabilities Act del 1990, il testo di legge che tutela questa categoria contro la discriminazione in tutte le aree della vita pubblica, dal lavoro, la scuola, i trasporti fino a tutti gli spazi pubblici e privati aperti al pubblico. L’obiettivo della legge è quello di assicurare alle persone con disabilità gli stessi diritti e opportunità di tutti gli altri cittadini.

Ma facciamo prima un passo indietro.

COSA CI VIENE IN MENTE QUANDO PARLIAMO DI DISABILITÀ?

Ciò che potrebbe più facilmente venirci in mente è forse la sedia a rotelle, simbolo internazionale dell’accessibilità, che incontriamo spesso nella nostra vita quotidiana, dai parcheggi riservati ai bagni pubblici.
Soffermandoci a riflettere ci accorgiamo però che la disabilità comprende molto più di questo: essa non è solamente fisica e motoria, ma comprende anche problematiche cognitive, del comportamento, nella comunicazione o nell’interazione sociale ed economica.
Questo ci fa capire quanto poco sia diffusa la sensibilità su questo tema che è poco discusso dalla società, benché la disabilità sia parte integrante della vita e dell’esperienza umana da sempre.

Lo dimostra anche un interessante studio archeologico, da poco pubblicato da Debby Sneed, docente alla California State University di Long Beach, in cui si sostiene che gli edifici greci – e in particolare quelli dedicati al culto, alla cura e alla guarigione della persona – fossero dotati di rampe di pietra nei punti di accesso, probabilmente per favorire l’ingresso di anziani e di persone con disabilità, che altrimenti avrebbero avuto difficoltà a salire i gradini.
Ciò prova che già più di 2300 anni fa la società greca adattava l’architettura delle proprie città per favorire le persone disabili.

MA QUAL È OGGI LA SITUAZIONE NELLE NOSTRE SOCIETÀ E IN PARTICOLARE NEI MUSEI?

Negli ultimi decenni i musei hanno molto dibattuto, oltre che sperimentato pratiche e strumenti, con l’obiettivo di includere prospettive ed esperienze di vita che erano state precedentemente escluse dagli spazi museali, come la disabilità.
I musei hanno la capacità di plasmare il modo in cui osserviamo e viviamo il mondo e, di conseguenza, hanno anche il potenziale inespresso di reimpostare il modo in cui le persone vedono e interpretano la disabilità.
Nonostante ciò, il cammino è ancora in salita, infatti ci si è spesso limitati a colmare il gap esistente con interventi temporanei che non toccano l’anima del museo.
Prima ancora degli interventi architettonici e della rimozione delle barriere fisiche, il primo passo per creare accessibilità in un museo è cambiare approccio e attitudine nei confronti della disabilità. Troppo spesso – sono le stesse persone con disabilità a confermarlo – sono gli atteggiamenti negativi delle persone, come la discriminazione e l’esclusione, a rappresentare la prima vera importante barriera che essi incontrano nella società.
L’obiettivo per il museo deve quindi essere quello di uguaglianza di partecipazione per tutti i visitatori, contribuendo attivamente alla trasformazione culturale dell’interpretazione della disabilità, creando programmi e risorse che supportino i differenti obiettivi e modalità di apprendimento dei visitatori.

L’Italia in questo senso è stata capofila per la promozione dell’accessibilità e dell’inclusività della disabilità nei musei. Alcuni ottimi esempi sono forniti dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, la cui collezione è fruibile tattilmente per promuovere l’integrazione culturale dei minorati della vista, e dal Museo Tolomeo di Bologna, in cui viene raccontato tramite installazioni interattive l’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”.

MA NON SOLO:
  • nel luglio 2018 sono state pubblicate dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo le Linee guida per la redazione del Piano di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A) nei musei, complessi museali, aree e parchi archeologici, che include un allegato dedicato alla fruizione e all’accessibilità dei luoghi culturali;
  • nel settembre 2019 durante la Conferenza Generale di ICOM svoltasi a Kyoto, l’Italia ha proposto l’istituzione di una Commissione Internazionale per l’accessibilità, l’inclusione e l’usabilità museale, già presente in Italia ma non a livello mondiale;

A seguito dell’Assemblea Generale di Kyoto, il tema della Giornata internazionale dei Musei 2020 è stata intitolata: Musei per l’Uguaglianza – Diversità e Inclusione dove, nel convegno online organizzato dalla Commissione Accessibilità Museale di Icom Italia, si può trovare il contributo di M. Cristina Vannini.

  • sono attivi tanti diversi programmi e iniziative volte all’integrazione della disabilità nei musei e nei luoghi di cultura, come A.D. Arte, un sistema informativo per la fruizione dei beni culturali da parte di persone con esigenze specifiche.

Ma quindi, per chi volesse approcciarsi al superamento delle barriere e a ragionare in termini di accessibilità, di cosa si tratta?

Essa si può dividere, semplificando, in due macroaree:

  • accessibilità fisica, che riguarda la mobilità del visitatore (gli ostacoli fisici limitano e impediscono l’uso sicuro e confortevole degli spazi e dei dispositivi museali);
  • accessibilità percettiva, che riguarda i contenuti e il riconoscimento di segni nello spazio (fisico o virtuale).

L’accessibilità non si riduce però solamente agli spazi fisici del museo, bensì sono da tener presente altri due fattori:

  • la raggiungibilità o accessibilità esterna, che riguarda la riconoscibilità, la corretta identificazione e il corretto utilizzo dello spazio culturale, al di fuori di esso. In questo caso, si tratta anche della segnaletica (la sua mancanza impedisce al visitatore di orientarsi, di riconoscere gli spazi, di comprendere i contenuti e di partecipare alle attività);
  • l’accessibilità economica, che riguarda la possibilità di tutti di godere di un diritto fondamentale.
    Entrambi questi fattori sono parti integranti e fondamentali del visitors’ journey.

Nonostante la presenza di ottimi segnali e di continui miglioramenti, c’è ancora molto da fare.
Ciò che è certo è che è necessario partire dalle nostre emozioni, sensazioni e comportamenti come strumenti di relazione e comprensione, per costruire un linguaggio comune ed esplorare da diversi punti di vista la relazione tra persona, oggetto e spazio museale.
Prima cambierà la nostra attitudine in merito alla disabilità, più i musei diverranno dei luoghi aperti davvero a tutti.

Nuovi modi di pensare tecniche di di audience development: IL CASO CONNECT, BTS

Sembra strano in un momento in cui tutti stiamo lentamente cominciando a riprendere una vita normale voler parlare di un progetto che, per quanto risalga a solo qualche mese fa, sembra appartenere a un mondo completamente diverso, per la maggior parte di noi ancora inaccessibile, in cui frequentare spazi pubblici e musei faceva ancora parte della nostra routine.

Ma proprio per quello che ci ha insegnato l’esperienza di isolamento, che ha posto limiti alla nostra capacità di connettersi e comunicare, ci sembra importante parlare di esperienze innovative e proiettate verso un futuro in cui tutte le potenzialità del passato – l’immagine di un mondo senza confini e sempre più connesso – possano tornare ad essere rilevanti.

Lanciato a febbraio del 2020, CONNECT, BTS è un progetto di arte pubblica contemporanea diffuso in quattro continenti, con sedi a Londra, Berlino, New York Buenos Aires e Seoul. A trasformare il progetto in notizia virale è stato uno dei suoi aspetti più sorprendenti: i promotori e finanziatori sono infatti i BTS (“Bangtan Sonyeondan” let. “ragazzi antiproiettile”), boyband coreana che negli ultimi anni ha raggiunto un successo senza pari a livello globale: BTS sono infatti il primo gruppo dopo i Beatles a vantare tre album in un anno al primo posto nelle classifiche Billboard, e si sono recentemente esibiti al Dick Clark’s New Year’s Rockin’ Eve, l’iconico evento di capodanno a Times Square a New York.

CONNECT, BTS è un progetto che suggerisce l’importanza di collaborazione tra forme d’arte spesso considerate lontane, come la musica di una boyband e l’arte contemporanea. Ma CONNECT, BTS è anche un esempio della centralità che l’arte può continuare ancora ad avere nelle nostre vite. Il motto di Bighit (l’etichetta che gestisce i BTS) è MUSIC AND ART FOR HEALING, un messaggio con cui chiunque lavori nel mondo dell’arte e dei musei non può che trovarsi d’accordo.

Il progetto, come dichiarato sul sito web, sembra avere un obiettivo ambizioso:

“To redefine the relationships between art and music, the material and immaterial, artists and their audiences,
artists and artists, theory and practice. CONNECT, BTS may be described in terms of a collective curatorial
practice by curators around the world who resonated with BTS’ philosophy”
.

Come dichiarato a The Guardian da Daehyung Lee, il curatore che ha sviluppato il progetto, l’iniziativa è costruita intorno al concetto di solidarietà.

“We can connect with people at opposite ends of the world but we sometimes forget to communicate
with our own neighbours or relatives. We are losing solidarity, we have forgotten how to communicate
properly with each other”.

Parole più che mai significative nel contesto attuale.

Sempre sul sito web del progetto possiamo leggere:

“(…) alone with their devices, as if watching their lives from afar, filtered, objectively, people can feel
increasingly isolated, their confidence damaged. These effects are not always only personal;
they can radiate outwards, affecting communities and nations”.

La maggior parte di noi è stata probabilmente introdotta alla musica coreana da Gangam Style la hit virale di Psy di ormai quasi 10 anni fa. In realtà la Corea del Sud ha un’industria dell’intrattenimento popolare che da decenni regna incontrastata nel sud est asiatico, grazie alla produzione di film, telefilm (k-drama) e soprattutto musica: k-pop, o idol music. Grazie a una vivace scena indie locale, prestiti da rap e hip-hop e a un’industria culturale che negli anni ha sviluppato un sistema complesso ma molto efficace nel formare talenti, la musica coreana è riuscita a far crescere il proprio pubblico senza pausa a partire dagli anni novanta. Gli ultimi anni hanno inoltre visto una crescita esponenziale della Hallyu o Korean Wave, come viene chiamata la crescita di popolarità della Corea degli ultimi trent’anni. Si stima che ad oggi esistano più di 70 milioni di fan di Kpop e Kdrama nel mondo, e quattro dei gruppi KPOP più popolari (Big Bang, Super Junior, Girl’s Generation e Psy) hanno venduto complessivamente più di 230 milioni di dischi. Sempre più drama coreani vengono ripresi all’estero per farne remake, e la vittoria incontrastata di Parasite agli Oscar del 2020 dimostra quanto questa influenza sia ormai uscita dal livello regionale asiatico.

Un discorso a parte deve essere però fatto per i BTS. Nemmeno il capolavoro di Bong riesce infatti in termini di numero ad arrivare al successo della band, tanto che egli stesso dichiara in un’intervista “I BTS hanno 3000 volte la mia influenza”. I BTS da soli rappresentano infatti più di 4 miliardi e mezzo del PIL della corea del sud, e il loro account twitter genera 4 volte l’engagement di quello di Donald Trump.

Se infatti gli ultimi anni hanno visto una crescita del pubblico della musica coreana in tutto il mondo, i numeri dei BTS surclassano quelli di tutti i loro connazionali, e di molti artisti occidentali. Il loro ultimo album, che ha raccolto 4 milioni di prevendite, è stato il quarto fra i loro a raggiungere il primo posto nella Billboard Hot 200 (la classifica settimanale degli album più venduti negli Stati Uniti). Il loro è ben più di un momento virale, e il loro successo di vendite ci dimostra che ormai sono da considerarsi uno delle più grandi forze musicali a livello globale. Risultato ancora più significativo se ricordiamo che cantano in coreano, e non in inglese.

Il progetto, che nasce quindi anche come modo per connettere “di persona” le comunità – come quella dei fan dei BTS, sparpagliata per il mondo e che comunica solo online, lascia un’impressione ancora più forte nel momento attuale, in cui siamo stati tutti costretti a rinunciare a queste connessioni personali nel nome di un distanziamento fisico di natura sanitaria.

Riprendendo le parole del curatore del progetto, Daehyung Lee, l’obiettivo è “to connect individuals across the world as they re-evaluate their present circumstances, attitudes and potentialities.” E, ancora in un’intervista a The Guardian, Antony Gormley, autore di New York Clearing (installazione CONNECT, BTS a New York) definisce l’operazione “un atto di speranza”.

 

MA PERCHÈ UN GRUPPO PROVENIENTE DA UN PICCOLO – seppur innovativo- STATO DELL’ASIA HA DECISO DI INVESTIRE IN PROGETTI DI ARTE CONTEMPORANEA SPARSI PER IL MONDO?

In molti, sia in patria sia all’estero, hanno cercato di spiegare l’inaspettato successo della band: fra le ragioni c’è il ruolo attivo dei sette membri della band nella scrittura e produzione della musica, fenomeno relativamente raro all’interno dell’idol music coreana, o le loro performance dal vivo, accompagnate da complesse coreografie. Ma un altro elemento chiave del loro successo è sicuramente la capacità del gruppo di connettere, relazionarsi e raccogliere un gruppo di fan appassionati a livello globale (conosciuti come Army), che promuovono e supportano i loro idoli sui social spesso attraverso complesse campagne coordinate.

CONNECT, BTS nasce all’interno degli sforzi promozionali dell’ultimo album della band (Map Of The Soul:7). Insieme a video musicali e apparizioni televisive, la band ha infatti annunciato l’apertura delle varie sedi del progetto. L’idea è stata interpretata da subito come modo di introdurre nuove audiences all’arte contemporanea: la target audience dei BTS, che ci si può immaginare come prevalentemente giovane, non coincide esattamente con quello che ci si aspetta sia il pubblico dell’arte contemporanea.

Il progetto è sicuramente innovativo: per quanto collaborazioni tra musicisti e artisti non siano nuove, di solito sono limitate ad un singolo evento  artistico (per esempio la copertina dell’album o una clip dell’album come: dalla classica copertina dei Rolling Stones firmata da Andy Warhol al videoclip di Beyoncé e Jay Z girato al Louvre, e in patria i lavori di Marco Mengoni o il più recente esperimento di attualizzazione di gruppi scultorei nel video Rose Viola di Ghemon). Nel caso dei BTS invece il progetto lascia ampio spazio agli artisti coinvolti e pone il gruppo nel ruolo di mecenate e coordinatore: il tema ricorrente dei loro progetti è, quindi, una fonte di ispirazione per gli artisti, e il loro contributo dà più spazio e maggiore visibilità all’arte.

La decisione di includere l’arte nella promozione di un album deve quindi suscitare l’interesse di tutti. Bighit è stata recentemente nominata da Fast Company come la quarta compagnia più innovativa al mondo, sotto giganti come Microsoft e Tesla. Il cuore di questa innovazione è proprio l’utilizzo della tecnologia per connettere e mobilitare i fan, attraverso la creazione di app e altri strumenti ad hoc di coinvolgimento delle community.

E’ quindi promettente che l’arte e i musei siano stati scelti come canale in cui sperimentare queste innovazioni, soprattutto nella loro declinazione più classica – lo spazio fisico e lo spazio pubblico: per andare a compensare degli aspetti che attività social e prodotti digitali non riescono a ricreare.

Invece che essere un investimento laterale, o una forma di Corporate Social Responsibility, CONNECT, BTS può essere letto come parte integrante di una strategia globale, che suggerisce l’importanza di investire in arte e musei non solo per il loro valore simbolico, ma per la capacità unica che hanno di unire le persone.

In questo periodo, abbiamo visto sempre più sperimentazioni da parte di artisti per comunicare il proprio lavoro, e collaborazioni inaspettate fra generi e piattaforme: un ottimo esempio è la collaborazione fra FORTNITE e Travis Scott, in cui il rapper americano ha utilizzato il videogioco per promuovere il suo nuovo video musicale. Il videogioco diventa uno strumento per comunicare, e anche il solo successo numerico dell’operazione (46 milioni di visualizzazioni totali) dimostra l’importanza di intraprendere nuove strade.

Anche il mondo dei musei è stato costretto a riflettere, in questi ultimi mesi, su nuove strategie e opzioni per raggiungere le proprie audience, e noi di soluzionimuseali ims abbiamo indagato anche quale sia stata la risposta del pubblico.

Questi esempi di successo che arrivano dal mondo della musica ci dimostrano l’importanza del ruolo della tecnologia e della rete per per mettersi in contatto con le persone e far crescere l’interesse reciproco, connettendosi e promuovendo i propri messaggi. Ci ricordano però anche i loro limiti e come per essere efficace il loro utilizzo debba essere integrate con la possibilità di vivere queste esperienze di persona.

Il fundraising culturale

INNOVAZIONE E COMPETITIVITÀ PER LE REALTÀ CULTURALI

Il fatto che il settore culturale sia caratterizzato da una cronica mancanza di fondi non è una novità nel panorama italiano. Ma come può un museo affrontare e soddisfare la domanda culturale quando i fondi che ha a disposizione sono sempre più scarsi? Soprattutto come potranno fare raccolta fondi dopo questa chiusura forzata che ha interrotto i flussi di cassa dei musei e che ridurrà di molto gli introiti da bigliettazione? Molti musei puntavano sul fundraising, ma d’ora in poi quali saranno le prospettive della raccolta fondi museale? Un dato che risulta chiaro è che, molto più di prima si dovrà mirare al coinvolgimento di tutti i livelli della società: enti pubblici, associazioni, mondo corporate ma soprattutto soggetti privati, che dovranno essere coinvolti e responsabilizzati nel sostegno alla cultura e al patrimonio museale.

Resta fondamentale la figura del fundraiser, figura professionale trasversale con un forte background culturale con spiccate capacità relazionali. Dovendosi interfacciare con vari interlocutori è necessario che segua tutti i passaggi del progetto. Spesso il miglior fundraiser è il direttore del museo, che conosce approfonditamente il “prodotto” di cui è fortemente convinto e riguardo al quale può essere proficuamente convincente. Tuttavia, un bravo fundraiser deve possedere consapevolezza economica e conoscere il più possibile tutti i settori merceologici per identificare quali possano essere gli interessi dei suoi interlocutori. Questo è il motivo per cui alcuni musei si indirizzano a fundraiser specializzati che sappiano progettare una strategia a lungo termine che anticipi e accompagni la creazione di nuovi progetti.

Gli strumenti tradizionali a disposizione del fundraiser, sono diversi: il c.d. Artbonus, che introduce un’importante agevolazione fiscale a favore del mecenatismo culturale; le erogazioni liberali in denaro che possono costituire fiscalmente, a secondo della tipologia del soggetto erogatore, oneri deducibili dal reddito (imprese) o oneri detraibili dall’imposta sul reddito (persone fisiche e enti non commerciali); il rapporto con le fondazioni bancarie che, nel panorama italiano, sono il soggetto non-profit, privato e autonomo di maggior peso per quanto riguarda il sostegno all’arte e alla cultura.

Tra gli strumenti che massimizzano gli effetti del fundraising, un posto di merito spetta alle sponsorizzazioni e alle partnership.

Qui, un contratto bilaterale a prestazioni corrispettive obbliga lo Sponsor, cioè l’impresa, a una prestazione pecuniaria o ad assumere in proprio la realizzazione di lavori, servizi o forniture a favore dello sponsee e lo Sponsee, il soggetto (in questo caso i musei) beneficiario del supporto, a fornire prestazioni pubblicitarie.

Ciò che fa la differenza per l’affidamento del contratto di sponsorizzazione per musei di Enti Pubblici è la somma erogata. Infatti, sotto la soglia dei 40.000 € la Pubblica Amministrazione non deve far fronte a nessuna formalità per la scelta dello sponsor.

Questi soggetti possono optare per vari tipi di contratti di sponsorizzazione:

  • sponsorizzazione pura che vede lo sponsor come mero erogatore finanziario, mentre gli interventi sono portati avanti da altri soggetti;
  • sponsorizzazione tecnica che prevede che lo sponsor, a sue spese, si occupi direttamente della progettazione e realizzazione degli interventi richiesti, in forma di lavori, servizi o forniture;
  • sponsorizzazione mista, cioè una combinazione tra le precedenti in cui lo sponsor può, ad esempio, curare la sola progettazione ed erogare il finanziamento per le lavorazioni previste.

Attraverso le sponsorizzazioni e le partnership, i musei potranno coinvolgere e condividere know how con le realtà produttive del Paese consentirà anche di creare un territorio ibrido di confronto e di crescita.

In questo panorama dinamico e sempre aperto a nuove possibilità, i musei devono mostrarsi innovativi, aperti al dialogo, ma ancor più devono essere capaci di sfruttare il loro grande potenziale comunicativo per risultare più attrattivi. La creazione di contenuti è alla base dell’economia del XXI secolo. Il mondo della cultura può essere un ottimo alleato per le aziende italiane, anche in momenti di crisi e difficoltà, come quello che il Paese sta vivendo. Basti pensare alla moltitudine di iniziative online dei grandi e piccoli musei che potrebbero essere sponsorizzate da aziende private per sostenerne i costi e la produzione.

Il timore che i “benefattori”, soprattutto se investitori di ingenti somme, chiedano una un trattamento di favore all’interno della progettazione culturale è superato dalla fiducia che il pubblico ripone nella metodologia museale e sarebbe una mancanza di fiducia, quindi un fallimento, proporre un contenuto non coerente con la missione del museo.

In Italia, è stato stimato che il fundraising incide per l’11% sul bilancio delle Fondazioni culturali mentre solo per il 3% per i musei autonomi (14° rapporto Federculture).

Ancora minore è stato finora l’impatto del crowdfunding nei bilanci dei musei anche per l’impegno forse ancora più stringente che questa attività richiede. Infatti, se la raccolta fondi nei confronti del mondo corporate ha delle criticità, le campagne di crowdfunding richiedono conoscenza del proprio pubblico e del pubblico potenziale, la creazione di comunità, una buona dose di attivismo a livello on e off-line, l’ideazione di ricompense e, soprattutto, dopo la fidelizzazione dei partecipanti. Tuttavia, sempre di più la responsabilità dei singoli dovrà essere chiamata in causa per il mantenimento del nostro patrimonio culturale e sempre di più i musei e i consulenti museali saranno chiamati a seguire “pensieri laterali”, fuori dall’ordinario per trovare soluzioni alla cronica mancanza di finanziamenti ai musei.

E VOI? COME VI COMPORTATE NEI CONFRONTI DEL FUND-RAISING? QUAL È IL VOSTRO ATTEGGIAMENTO?

Noi siamo pronti a darvi una mano e nei prossimi articoli approfondiremo l’utilizzo dei vari strumenti.

 

Articolo scritto in collaborazione con Alice Celeste

Transmedia Storytelling per musei

Nelle settimane precedenti abbiamo deciso di offrire qualche consiglio per migliorare la comunicazione online dei musei in questo periodo difficile.

Questa settimana, anche su vostra richiesta, abbiamo deciso di approfondire un tema più specifico dei precedenti: il Transmedia Storytelling.

MA CHE COS’È IL TRANSMEDIA STORYTELLING E PERCHÉ È UTILE PER LE ISTITUZIONI CULTURALI?

Quello di transmedia storytelling è infatti un termine che compare spesso quando si parla di comunicazione digitale. Una tecnica affascinante usata con successo dal mondo dell’intrattenimento e del marketing, ha inoltre il potenziale di adattarsi facilmente a diversi contesti culturali come quello museale.

Ma prima di parlare del suo ruolo nei musei ci sembra importante iniziare con un po’ di teoria, per chi non fosse ancora familiare con il termine.

Con transmedia storytelling si definisce un processo creativo con cui vengono create esperienze di intrattenimento coordinate, in cui elementi integrali della storia sono distribuiti su più media e piattaforme contemporaneamente. Il termine è di Henry Jenkins, che trova una prima applicazione di questa tecnica nella trilogia di Matrix: la saga futuristica infatti inizia con i film ma si dirama in videogiochi e complesse “cacce all’uovo” online. Nelle sue parole è “una nuova estetica, che nasce a seguito della convergenza dei media”.

Il transmedia storytelling emerge quindi in un momento in cui la comparsa di nuove tecnologie e la crescita esponenziale della rete permettono di creare esperienze di intrattenimento sempre più immersive, e di arrivare ad un maggiore coinvolgimento del pubblico, soprattutto grazie alla creazione di comunità online.

In pratica fare del transmedia storytelling significa raccontare una storia attraverso più canali contemporaneamente: ma non si tratta di una semplice riadattamento della stessa trama su media diversi. Il transmedia storytelling è piuttosto un puzzle complesso fatto di intrecci e rimandi, che il pubblico deve sforzarsi di cercare e mettere insieme. A caratterizzare Matrix è per esempio il fatto che intere trame ed elementi chiave della storia non sono contenuti nei film, ma dispersi invece su altri media e piattaforme.

Se Matrix ha anticipato i tempi, il transmedia storytelling è stato poi usato nel mondo dell’intrattenimento per costruire franchising di successo con cui siamo tutti familiari (“Harry Potter” o il “Marvel Universe” sono un esempio: le storie nascono da libri e fumetti, ma si sviluppano in film, telefilm, spettacoli teatrali, ma soprattutto merchandising, videogiochi e parchi divertimento). Ma il transmedia storytelling è stato scelto anche da diversi brand per le proprie campagne pubblicitarie, o per la costruzione stessa del brand: un caso di successo è quello della Lego.

Cosa distingue il transmedia storytelling da altre forme di narrazione multimediali? Ci sono tre elementi chiavi che definiscono un’esperienza di transmedia storytelling:

UNIVERSI, NON STORIE

Le esperienze di transmedia storytelling si basano sulla creazione di interi universi, non storie: se cuore del transmedia storytelling rimangono storie coinvolgenti, queste devono avere il potenziale di diramarsi aldilà di un semplice film o racconto. Esperienze di successo si basano quindi sulla creazione di interi universi o “worldbuilding”. Se un personaggio contiene molteplici storie, un intero mondo contiene molteplici personaggi. Più costruisci, più ampli le tue possibilità.

COLLABORAZIONE CREATIVA

Se un aspetto chiave è mantenere una narrativa centrale coerente e coesa, allo stesso tempo un’esperienza di transmedia storytelling funziona quando viene lasciato controllo ai creativi che sviluppano i vari elementi della storia. Ovviamente una singola persona non può avere le competenze per creare ogni elemento dell’esperienza. Questo significa lavorare in un ambiente in cui il ruolo di autore è condiviso e la paternità è collaborativa: il che non vuole dire semplicemente “cedere il lavoro a qualcun altro”, ma sviluppare delle modalità di coinvolgimento in cui ciascun autore possa far emergere la propria voce e le proprie idee in libertà. Se la direzione centrale deve assicurare coerenza e la ripetizione di elementi familiari, i singoli creativi a cui vengono affidate le parti non devono essere considerati come semplici esecutori, ma come autori veri e propri. E’ così possibile sviluppare un ambiente multiculturale e collaborativo in cui il pubblico stesso potrà sentirsi coinvolto. Come vedremo, uno degli aspetti chiave delle esperienze di transmedia storytelling è quello sociale, e questo elemento deve essere presente anche nelle prime fasi creative. Questo permette inoltre che si verifichi un altro aspetto essenziale per un transmedia storytelling di successo: ogni singola parte deve essere trattata come se fosse l’elemento centrale dell’esperienza, e non un semplice corollario. Teoricamente, in una esperienza di transmedia storytelling ogni parte deve essere in grado di sostenersi da sola, ed essere un punto di ingresso nella storia.

TROVARE VALORE NELLA RICERCA DI SIGNIFICATO

Le esperienze di transmedia storytelling di successo non si limitano nel creare storie avvincenti. Le connessioni fra i vari pezzi sono spesso non esplicitate, o non immediatamente chiare: parte dell’intrattenimento per il pubblico sta nella ricerca e nel lavoro investigativo. Il pubblico deve fare uno sforzo: ed è possibile che non tutti vengano a conoscere la storia completa. Questo significa anche che nessuna esperienza di transmedia storytelling può funzionare senza una comunità di persone coinvolte, appassionate e attive. Non devono essere la totalità del pubblico, e in un certo senso possono essere considerate come parte del gruppo creativo. Saranno poi loro a coinvolgere il pubblico più ampio, che può avvicinarsi così a diversi livelli della storia. Quello che il transmedia storytelling insegna è l’importanza di riconoscere l’engagement del pubblico e la sua lealtà come elementi chiavi per costruire un’esperienza.

in breve, con transmedia storytelling si definiscono esperienze di intrattenimento complesse e coordinate, in cui elementi integrali della storia sono distribuiti su più media e piattaforme contemporaneamente, e che portano alla creazione di universi narrativi che contengono molteplici storie e personaggi.

E’ chiaro perché queste caratteristiche del transmedia storytelling lo rendono uno strumento importante nel mondo dell’intrattenimento: esplorare un numero potenzialmente infinito di storie attraverso diversi strumenti ti porta ad avvicinare un pubblico ampio e diversificato, oltre che a darti la possibilità di reinventare e sviluppare i tuoi contenuti senza dover partire ogni volta da zero.

Queste tecniche possono essere utilizzare nel mondo dei Musei e diventare un elemento chiave in diversi contesti. Uno dei vantaggi del transmedia storytelling è la sua adattabilità: non esiste una ricetta perfetta, e le sue tecniche possono essere usate come spunto per sviluppare strategie comunicative, o per creare un’esibizione che non sia limitata allo spazio fisico.

ALCUNI CONSIGLI UTILI SU COME SVILUPPARE UNA ESPERIENZA DI TRANSMEDIA STORYTELLING PER I MUSEI
  • Scegli la o le storie da raccontare. I musei partono avvantaggiati: hanno molte storie da raccontare e i loro spazi e contenuti hanno già fascino e potenziale immersivo. Decidi cosa raccontare e a chi secondo le indicazioni che abbiamo fornito negli articoli precedenti.
  • Scegli i media adatti. Gli esempi a cui si pensa più spesso sono film e videogiochi ma un’esperienza di transmedia storytelling può comprendere anche libri, musica, sceneggiature teatrali… Ogni piattaforma ha i suoi obiettivi, uso e audience specifica. Ognuna offre un potenziale punto di ingresso nella storia, e può offrire diverse esperienze.
  • Assegna compiti specifici a persone diverse. Il cuore di tutto è la storia: serve per sviluppare empatia, per intrattenere, per coinvolgere. Ci sono professionisti dello storytelling: registi, attori, scrittori. Chiedere il loro contributo può rivelarsi essenziale.
  • Conosci il tuo pubblico. E’ sempre una questione di comunicazione, alla fin fine! Adatta il linguaggio e il tono di voce al mezzo che usi e a chi vuoi raggiungere.
  • Ricordati di essere social. I social media si prestano molto facilmente a realizzare esperienze di transmedia storytelling e permettono un dialogo diretto con il tuo pubblico. Ovviamente anche in questo caso è importante sviluppare strategie specifiche in base alle caratteristiche di ciascuna piattaforma.
  • Costruisci a più livelli. Il pubblico deve avere la possibilità di investigare e interagire. Ma questa deve essere un’opzione: il tuo contenuto deve riuscire a rivolgersi anche a chi preferisce una lettura più passiva. Un’esperienza di transmedia storytelling non si deve sviluppare solo in maniera orizzontale, su varie piattaforme, ma anche in verticale, con più livelli in ogni singolo elemento.
  • Definisci il tuo obiettivo. Il transmedia storytelling può essere utilizzato come strumento per portare pubblico nel tuo museo o promuovere una mostra, oppure l’obiettivo primario può essere quello di educare ed informare sul patrimonio del tuo museo. O ancora: il transmedia storytelling può poi essere utilizzato per creare e definire il brand del tuo museo. Avere un obiettivo chiaro, facilita il racconto e la sua organizzazione.
  • Ricordati di essere riconoscibile. Come già detto, è importante dare spazio alla creatività di tutti coloro che collaborano. Ma la tua esperienza deve avere una forte riconoscibilità: dai a ciascun elemento un carattere specifico, ma mantieni coerenza di immagine e contenuti.
  • Non dimenticarti di quello che hai già. Il transmedia storytelling nasce in un mondo che oramai si è ampiamente “virtualizzato”, ma il fatto che le grandi case cinematografiche stiano sempre di più spingendo sulla creazioni di parchi divertimento ed esperienze immersive da vivere di persona ci ricorda come le esperienze più potenti siano spesso proprio quelle che possiamo “toccare con mano”. I musei sono facilitati: ricordati che il tuo museo deve essere una parte integrale dell’esperienza, i suoi spazi possono essere proprio il tuo punto di partenza.
PER RIASSUMERE

Il transmedia storytelling è uno strumento efficace per ampliare il tuo pubblico, aiuta a espandere l’universo narrativo già esistente della tua istituzione e l’esperienza che offri al tuo audience.

 

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SE SÌ, COME?

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Digital Storytelling per musei

5 CONSIGLI PER MIGLIORARE LA TUA COMUNICAZIONE ONLINE

La situazione d’emergenza in cui ci troviamo e la conseguente chiusura delle istituzioni culturali ha forzato lo spostamento sulle piattaforme digitali, dando vita a diverse iniziative online.
Non tutti i musei erano preparati a questo ma tutti si sono adattati utilizzando strategie creative di comunicazione, attivandosi in un approccio che doveva essere adottato da tempo dalle istituzioni culturali italiane ma che invece era stato spesso posto in secondo piano.
Ora, vogliamo contribuire ad affrontare le criticità insieme; per questo vogliamo offrire 5 consigli per comunicare al meglio i vostri contenuti sui social. In particolare, ci rivolgiamo alle piccole e medie istituzioni culturali che non hanno troppe risorse da dedicare alla comunicazione sui social media.

Sfruttiamo questo tempo per imparare a sperimentare e utilizzare strumenti sempre più indispensabili nel futuro.

DARSI UN OBIETTIVO

Non puntare al successo immediato, ma al raggiungimento di un obiettivo specifico.
Per esempio: far cliccare ai visitatori un determinato link o far iscrivere il pubblico alla newsletter; raggiungere un buon livello di engagement o attirare un particolare target di utenti che altrimenti non verrebbero al museo.
É fondamentale avere una missione e una strategia chiara.

CREA UNA GUIDA DI STILE

Crea un documento dove raccogliere tutte le informazioni essenziali per la tua comunicazione in modo tale da mantenere uno stile unico e riconoscibile: è importante che ci sia una forte coerenza fra chi sei e come/cosa comunichi.
Determina il tono di voce della tua istituzione in modo che sia adeguato alle circostanze dei tuoi messaggi e che quindi riesca a interessare il target a cui si riferisce (in un prossimo articolo parleremo di Brand e di voce e torneremo su questo aspetto del tono. Per ora fermiamoci al fatto che il tono di voce è il modo di parlare della tua istituzione, denota la personalità del tuo museo. Non riguarda quello che dici ma come lo dici.

Dove iniziare?

  • Fai un elenco di almeno 10 parole che ti descrivono perfettamente e 10 parole da evitare;
  • Identifica almeno 2-3 valori dell’istituzione che devono sempre trasparire dai tuoi contenuti
IL SISTEMA VISIVO

Quando apriamo un Social Media la prima cosa che ci viene messa in evidenza è l’immagine. È importante quindi non sottovalutare la loro efficacia in un post. Molti studi infatti affermano che il cervello umano ricorda più facilmente ciò che vede. Un immagine comunica alle persone grazie ai colori, all’atmosfera, alle emozioni evocate e ai font utilizzati.
Per rendere un’immagine accattivante sui social bisogna seguire alcune regole:

  • La qualità dell’immagine: scegliere foto nitide in modo che il soggetto sia ben definito. Evitare foto fuori fuoco o di bassa risoluzione che risultano sgranate;
  • Le dimensioni: ogni social ha dimensioni e standard differenti. Quindi è importante tenere in considerazione i social di destinazione e scegliere un’immagine che possa facilmente essere declinata in diverse dimensioni;
  • I colori: per renderti riconoscibile suoi social è possibile sfruttare la combinazione di colore legata al museo e all’immagine coordinata. In questo modo le immagini saranno più coerenti e in linea con la tua identità;
  • Le Font: per scegliere le font giuste bisogna tener conto della sua leggibilità, in modo che si differenzi dal resto, della coerenza con l’immagine coordinata, delle dimensioni nello spazio e del colore che deve creare un contrasto con lo sfondo. Un consiglio generale è quello di non usare troppi font differenti, massimo due, e di preferire le font sans-serif che aiuta la leggibilità sui dispositivi;
  • La composizione e la regola dei terzi: un’immagine deve essere equilibrata nella composizione e per questo motivo è utile sfruttare la regola dei terzi. Per applicarla è necessario dividere l’immagine in terzi sia con linee verticali che con linee orizzontali e bisogna assicurarsi che il soggetto sia posizionato in uno dei punti di intersezione delle linee.

Un ultimo consiglio è quello di testare l’immagine su diversi dispositivi prima di pubblicarla. Questo perché spesso capita di realizzare l’immagine sul computer e sembra avere un buon impatto, ma non sempre quando la vediamo su un dispositivo mobile risulta accattivante.

CONTENUTI NARRATIVI

La forza del digitale si trova nella costruzione di un rapporto empatico. Creare un legame tra i contenuti e il pubblico vuol dire raccontare storie nel quale il pubblico si può immedesimare. Un racconto in grado di toccare da vicino il lettore crea e sedimenta un rapporto duraturo.

Ok, ma in pratica cosa posso fare?

  • Abbandona l’autoreferenzialità;
  • Trova temi, sentimenti, storie universali o estremamente uniche per coinvolgere il lettore e sviluppa nei contenuti la capacità di evocare: il tuo contenuto deve diventare un piccolo momento di piacere per le persone che ci leggono;
  • Non aver paura di uscire dalla comunicazione istituzionale. Perfetta per il sito web, meno per la comunicazione sui social media. Racconta i retroscena, i processi lavorativi, un’esperienza;
  • Non trascurare l’editing del testo. Va bene non comunicare rigidamente ma attenzione agli spazi, alla punteggiatura, ai paragrafi. Se vuoi mantenere l’attenzione del pubblico tutto ciò che scrivi deve essere perfettamente leggibile, chiaro e conciso;
  • Quality over quantity: l’algoritmo premia contenuti “eterni”. Meglio postare un solo contenuto interessante che 10 poco curati e ripetitivi.
FARE RETE

L’istituzione deve sempre interfacciarsi con i suoi stakeholders sia offline sia online. Quindi perché non coinvolgerli anche digitalmente? Un museo della stessa città o provincia, una scuola con i suoi studenti, personalità di spicco del settore. Contattate, taggate, coinvolgete, co-create.
Questo non solo potrà aumentare l’engagement dei vostri contenuti ma soprattutto, con il tempo, creerà una comunità forte e ben definita dentro e fuori la rete.

TROVA LA TUA STRADA

Non esistono regole rigide da seguire per comunicare, ogni istituzione culturale è unica e per questo è importante costruire una strategia su misura.
In ogni caso si può riassumere che si comunica bene se:

  • si amplia il proprio pubblico;
  • si trasmette consapevolezza;
  • si condivide conoscenza;
  • si raccolgono reazioni;
  • si diffondono informazioni;
  • si creano sinergie;
  • si incrementa la propria reputazione

Non importa da dove parti e quali sono i tuoi limiti, l’importante è iniziare!

 

 

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Digital Storytelling per musei: gli obiettivi di una buona comunicazione

La scorsa settimana abbiamo proposto 5 suggerimenti per migliorare la comunicazione online delle istituzioni culturali e affrontare al meglio la difficile situazione odierna.

Molti di voi hanno trovato i nostri consigli utili e per questo abbiamo pensato di andare avanti con queste piccole guide e approfondire un tema fondamentale: gli obiettivi della comunicazione.

Qualsiasi iniziativa, piccola o grande che sia, non può partire se non si hanno ben chiari gli obiettivi. Sapere chi siamo e dove andiamo ci permette di comunicarlo efficacemente anche agli altri.

ECCO GLI OBIETTIVI CHE UNA BUONA COMUNICAZIONE MUSEALE DEVE COLPIRE:
  • Visibilità: darsi una “veste” grafica e visuale che spicchi sul “rumore” di fondo.
  • Riconoscibilità: parlare con un “tono” personale. Nel mare della comunicazione social, la vostra voce si riconosce?.
  • Autenticità dei vostri messaggi: più siete “autentici” in ciò che dite, più riuscirete a farvi riconoscere e ad ottenere autorevolezza.
  • Accessibilità sia nella chiarezza dei messaggi: una comunicazione semplice e diretta è sempre la più efficace; sia nella raggiungibilità : rispondere ai commenti, essere vicini al vostro pubblico.
  • Attrattività: cercare nel messaggio testuale e visuale qualcosa di particolare, unico, che avete solo voi; qualcosa che possa stimolare non solo la risposta ma anche la voglia di venire a visitare il vostro museo o di continuare a seguirvi.
  • Coerenza: sempre, alla base di tutto deve emergere la coerenza fra chi siete e cosa/come comunicate. La missione del vostro museo e la visione che avete deve essere alla base delle vostre strategie di comunicazione.

Per raggiungere questi obiettivi dovete sempre tenere in considerazione la missione del vostro museo, la sua visione e la sua offerta culturale. Queste sono anche le basi da cui può prendere forma il brand dell’istituzione, all’interno del quale è racchiuso il vostro universo narrativo ed esperienziale.

Il fine ultimo della comunicazione online non è costruire un monologo, una voce nel vuoto ma un dialogo con qualcuno. Ecco perché anche nello sviluppo degli obiettivi è bene avere in mente a chi vi volete rivolgere e modificare il vostro tono di voce di conseguenza.

E come la volta scorsa, vi chiediamo di prendere un foglio e rispondere ad alcune domande:

E COME LA VOLTA SCORSA, VI CHIEDIAMO DI PRENDERE UN FOGLIO E RISPONDERE AD ALCUNE DOMANDE:
  • Chi sei?
  • Cosa vuoi dire?
  • A che tipo di persone vuoi parlare?
  • Con che tono?
  • Con quale immagine?
  • Per quale scopo?
  • Riesco a creare una storia con tutti i messaggi che comunico oppure i miei messaggi sono una storia in sé?
  • Voglio raggiungere degli obiettivi quantitativi?

Ricordate anche che oltre agli utenti, la vostra comunicazione può stringere relazioni con lo spazio che vi circonda: stakeholder, testimonial, reti di cui fate parte o in cui volete entrare. L’uso di hashtag e tag deve essere calibrato per la risonanza che volete dare ai vostri messaggi.

PER RIASSUMERE

Ciò che siete e a chi comunicate sono gli ingredienti principali per porvi degli obiettivi chiari
ed essere in grado di valutarne il successo o le criticità.

 

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