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IL MUSEO ACCESSIBILE

DISABILITÀ, ACCESSIBILITÀ, INTEGRAZIONE: COME IL MUSEO EVOLVE PER DIVENTARE UN LUOGO APERTO A TUTTI

Ricordiamo che lo scorso mese è di particolare rilevanza, perché luglio è riconosciuto in America come il Disability Pride Month, poiché coincide con l’anniversario della firma dell’Americans with Disabilities Act del 1990, il testo di legge che tutela questa categoria contro la discriminazione in tutte le aree della vita pubblica, dal lavoro, la scuola, i trasporti fino a tutti gli spazi pubblici e privati aperti al pubblico. L’obiettivo della legge è quello di assicurare alle persone con disabilità gli stessi diritti e opportunità di tutti gli altri cittadini.

Ma facciamo prima un passo indietro.

COSA CI VIENE IN MENTE QUANDO PARLIAMO DI DISABILITÀ?

Ciò che potrebbe più facilmente venirci in mente è forse la sedia a rotelle, simbolo internazionale dell’accessibilità, che incontriamo spesso nella nostra vita quotidiana, dai parcheggi riservati ai bagni pubblici.
Soffermandoci a riflettere ci accorgiamo però che la disabilità comprende molto più di questo: essa non è solamente fisica e motoria, ma comprende anche problematiche cognitive, del comportamento, nella comunicazione o nell’interazione sociale ed economica.
Questo ci fa capire quanto poco sia diffusa la sensibilità su questo tema che è poco discusso dalla società, benché la disabilità sia parte integrante della vita e dell’esperienza umana da sempre.

Lo dimostra anche un interessante studio archeologico, da poco pubblicato da Debby Sneed, docente alla California State University di Long Beach, in cui si sostiene che gli edifici greci – e in particolare quelli dedicati al culto, alla cura e alla guarigione della persona – fossero dotati di rampe di pietra nei punti di accesso, probabilmente per favorire l’ingresso di anziani e di persone con disabilità, che altrimenti avrebbero avuto difficoltà a salire i gradini.
Ciò prova che già più di 2300 anni fa la società greca adattava l’architettura delle proprie città per favorire le persone disabili.

MA QUAL È OGGI LA SITUAZIONE NELLE NOSTRE SOCIETÀ E IN PARTICOLARE NEI MUSEI?

Negli ultimi decenni i musei hanno molto dibattuto, oltre che sperimentato pratiche e strumenti, con l’obiettivo di includere prospettive ed esperienze di vita che erano state precedentemente escluse dagli spazi museali, come la disabilità.
I musei hanno la capacità di plasmare il modo in cui osserviamo e viviamo il mondo e, di conseguenza, hanno anche il potenziale inespresso di reimpostare il modo in cui le persone vedono e interpretano la disabilità.
Nonostante ciò, il cammino è ancora in salita, infatti ci si è spesso limitati a colmare il gap esistente con interventi temporanei che non toccano l’anima del museo.
Prima ancora degli interventi architettonici e della rimozione delle barriere fisiche, il primo passo per creare accessibilità in un museo è cambiare approccio e attitudine nei confronti della disabilità. Troppo spesso – sono le stesse persone con disabilità a confermarlo – sono gli atteggiamenti negativi delle persone, come la discriminazione e l’esclusione, a rappresentare la prima vera importante barriera che essi incontrano nella società.
L’obiettivo per il museo deve quindi essere quello di uguaglianza di partecipazione per tutti i visitatori, contribuendo attivamente alla trasformazione culturale dell’interpretazione della disabilità, creando programmi e risorse che supportino i differenti obiettivi e modalità di apprendimento dei visitatori.

L’Italia in questo senso è stata capofila per la promozione dell’accessibilità e dell’inclusività della disabilità nei musei. Alcuni ottimi esempi sono forniti dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, la cui collezione è fruibile tattilmente per promuovere l’integrazione culturale dei minorati della vista, e dal Museo Tolomeo di Bologna, in cui viene raccontato tramite installazioni interattive l’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”.

MA NON SOLO:
  • nel luglio 2018 sono state pubblicate dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo le Linee guida per la redazione del Piano di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A) nei musei, complessi museali, aree e parchi archeologici, che include un allegato dedicato alla fruizione e all’accessibilità dei luoghi culturali;
  • nel settembre 2019 durante la Conferenza Generale di ICOM svoltasi a Kyoto, l’Italia ha proposto l’istituzione di una Commissione Internazionale per l’accessibilità, l’inclusione e l’usabilità museale, già presente in Italia ma non a livello mondiale;

A seguito dell’Assemblea Generale di Kyoto, il tema della Giornata internazionale dei Musei 2020 è stata intitolata: Musei per l’Uguaglianza – Diversità e Inclusione dove, nel convegno online organizzato dalla Commissione Accessibilità Museale di Icom Italia, si può trovare il contributo di M. Cristina Vannini.

  • sono attivi tanti diversi programmi e iniziative volte all’integrazione della disabilità nei musei e nei luoghi di cultura, come A.D. Arte, un sistema informativo per la fruizione dei beni culturali da parte di persone con esigenze specifiche.

Ma quindi, per chi volesse approcciarsi al superamento delle barriere e a ragionare in termini di accessibilità, di cosa si tratta?

Essa si può dividere, semplificando, in due macroaree:

  • accessibilità fisica, che riguarda la mobilità del visitatore (gli ostacoli fisici limitano e impediscono l’uso sicuro e confortevole degli spazi e dei dispositivi museali);
  • accessibilità percettiva, che riguarda i contenuti e il riconoscimento di segni nello spazio (fisico o virtuale).

L’accessibilità non si riduce però solamente agli spazi fisici del museo, bensì sono da tener presente altri due fattori:

  • la raggiungibilità o accessibilità esterna, che riguarda la riconoscibilità, la corretta identificazione e il corretto utilizzo dello spazio culturale, al di fuori di esso. In questo caso, si tratta anche della segnaletica (la sua mancanza impedisce al visitatore di orientarsi, di riconoscere gli spazi, di comprendere i contenuti e di partecipare alle attività);
  • l’accessibilità economica, che riguarda la possibilità di tutti di godere di un diritto fondamentale.
    Entrambi questi fattori sono parti integranti e fondamentali del visitors’ journey.

Nonostante la presenza di ottimi segnali e di continui miglioramenti, c’è ancora molto da fare.
Ciò che è certo è che è necessario partire dalle nostre emozioni, sensazioni e comportamenti come strumenti di relazione e comprensione, per costruire un linguaggio comune ed esplorare da diversi punti di vista la relazione tra persona, oggetto e spazio museale.
Prima cambierà la nostra attitudine in merito alla disabilità, più i musei diverranno dei luoghi aperti davvero a tutti.

Il visitor journey nei musei

Finalmente non siamo più i soli a parlare di visitors’ journey!

È dal 2004 che parliamo di brand e di visitors’ journey. Recentemente, non siamo più da soli a promuovere questo concetto che è uno dei pilastri su cui si basano le strategie di marketing. Infatti è sul customer or purchase journey che si sviluppa il “percorso” che i visitatori compiono per avvicinarsi ai musei.
Ma anche se parliamo di marketing, non vi spaventate, cercheremo di farlo in modo comprensibile.

È stato Douglas B. Holt a identificare per primo nel 1995 il processo che determina il comportamento e le motivazioni all’acquisto dei consumatori: esperienza, integrazione e classificazione a cui aggiunse la dimensione del gioco. Dalla sua analisi, il passaggio alla pianificazione del processo d’acquisto è stato facile.

Così, la trasposizione del customer journey al visitor journey aiuta l’istituzione museale a capire meglio le motivazioni dei suoi visitatori e i comportamenti, pianificando il percorso in modo da sciogliere ogni possibile “inciampo” sul cammino.
Come si muove il visitatore all’interno del museo? Come viene coinvolto? Quali azioni compie prima della visita e quali dopo?

Questa attitudine pianificatoria, infatti, aiuta a porre attenzione a tutti gli strumenti che possono condurre un potenziale visitatore a:

  • «intercettare» la presenza del museo nel territorio che a lui interessa;
  • identificare l’offerta museale rispetto a quella di potenziali competitori che, sempre più spesso, non sono altri musei bensì altre attività nell’ambito dello sport e dell’entertainment;
  • pianificare le risorse che dovrà mettere in atto (di tempo, economiche e organizzative) per realizzare la visita.

Ma il visitors’ journey non si ferma qui, anche se per molti forse sarà già una sorpresa iniziare a pensare che il percorso dei visitatori non è solo ed esclusivamente quello che devono compiere all’interno del museo, una volta varcata la soglia – fisica o virtuale.

Se vogliamo dare qualche indicazione pratica, come nostra abitudine, iniziamo a dire che il v.j. deve prevedere le fasi PrimaDuranteDopo la visita.
La prima e l’ultima fase sono quelle più delicate perché il museo ha l’obbligo di prevederle e cercare di governarle, ma sono le fasi in cui la volontà e l’attenzione del visitatore agisce indipendentemente e può venire distratta da una miriade di altri fattori. Nelle fasi del Prima e del Dopo, il museo deve mettere essere capace di attivare ogni suo canale di comunicazione e di rapporto con il territorio; mentre dove il museo si gioca tutte le sue carte in modo diretto è, ovviamente, nella fase di visita – il Durante. Qui non può proprio sbagliare: anche se qualcosa del Prima non è andato bene, nel Durante come dicono in alcune trasmissioni, deve “spaccare”!

Ogni fase, ha le sue “pietre miliari” … e avete notato che stiamo cercando di non usare inglesismi, questa volta?

Nella fase PRIMA, bisogna far nascere la consapevolezza dell’esistenza del museo e della sua offerta, stimolare il desiderio di visita, facilitare l’organizzazione e, oramai sempre più in questa fase, concludere l’acquisto.
Per far nascere la consapevolezza, attività di comunicazione tradizionale o/e virtuale devono essere rivolte a chiunque possa essere interessato ai messaggi, ai contenuti, al territorio in cui si trova il museo.

Per fare questo i social network e la cartellonistica tradizionale, locandine e cartoline possono essere strumenti adeguati per stare nella prossimità. Alcuni musei hanno iniziato a fare pubblicità sui media tradizionali e sui mezzi di trasporto, e ad utilizzare i social network come “agganci” per nuovi pubblici.
La consapevolezza dell’esistenza di un museo e della sua offerta culturale si trasmette anche attraverso l’identificazione di un logo ben riconoscibile, omogeneo alla identità grafica e visuale del museo su tutti i materiali on-line ed off-line relativi al museo stesso. E a questo proposito, vi invitiamo ad andare a rivedere il nostro articoletto sul Brand museale.

Una volta che il visitatore è venuto a conoscenza del museo e della sua offerta, vuole saperne di più e quindi inizia la scoperta del museo e di dove si trova attraverso il sito web, video, gaming e altri canali e strumenti di approfondimento. Qui bisogna stare molto attenti! Tutto quello che il museo dichiara deve poi essere ritrovato. Quindi indicazioni stradali, ricettività, ristorazione, attività sul territorio, accessibilità e qualsiasi tipo di servizio di cui il museo si fa portavoce nei suoi canali di comunicazione, deve essere effettivamente presente. In questo modo il museo si fa in un certo modo garante del suo territorio e dei suoi servizi. Una bella responsabilità, ma è la chiave per dare una visione completa ed esaustiva al visitatore di come organizzarsi e di quella che sarà la sua esperienza di visita.

Se i due passaggi precedenti sono stati efficacemente progettati dal museo, il coinvolgimento è assicurato! Si potrebbe attivare anche, sempre per aumentare il coinvolgimento del visitatore prima del suo arrivo, un sistema di CRM e di dialogo diretto che il museo sia in grado di rendere stimolante (chatbot, Faq, Q&A, oltre alla più tradizionale newsletter).

E da qui via a far acquistare il biglietto online… oppure per chi può, alle soglie dell’ingresso del museo.

E così inizia la fase DURANTE. Su questo tema ci sarebbe da scrivere molto.

Ci limitiamo a ricordare quanto diceva Kenneth Hudson riguardo i musei: quelli migliori sono quelli in cui ci sono più sedie che opere e dai quali si esce migliori di quando vi ci sia entrati.
Naturalmente, ognuno ha il suo stile e la sua missione specifica e quindi non entriamo qui nel dettaglio ma tuttavia se le aspettative del visitatore rispetto all’esperienza di visita vengono confermate – e magari ampliate – all’uscita del museo, nella fase del DOPO, vi sarete garantiti un visitatore in più che continuerà a seguirvi e che concorrerà ad aumentare la vostra reputazione e la consapevolezza fra il suo circolo di conoscenze (non dimenticate che il passaparola resta lo strumento di marketing più antico del mondo!).

Nella nostra attività di consulenza e progettazione, adottiamo un approccio olistico basato sull’analisi del visitor journey. Questo ci permette di approfondire e migliorare le esigenze del museo e del pubblico al quale si rivolge, ottimizzando efficienza ed esperienza.

La pandemia ha rimescolato le carte: distanza sociale e norme igieniche incidono particolarmente sul visitor journey tradizionale, il quale deve ora adattarsi e rimodellarsi a fronte delle nuove necessità. Per questo, nell’articolo della prossima settimana tracceremo un nuovo scenario per il visitor journey post Covid19.

Per tutto il resto, e per approfondimenti contattateci qui o scriveteci sui nostri canali social.

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LEARNING TO CARE: SUSTAINABILITY BEYOND TRADITIONAL THRESHOLDS

LEARNING TO CARE: SUSTAINABILITY BEYOND TRADITIONAL THRESHOLDS

Being involved in a worldwide pandemic has taught us some insights that we can bring with us in our everyday work in and with museums. The two basic learnings are: how much we are all interconnected around the world and how much social limits impact on psychology and economics.

Travelling, embracing, touching has been limited or prohibited, but as soon as the ban has been partially lifted, we all have immediately felt a relieving sense of going back to “normality”. Actually, museums and cultural institutions will be among the few institutions not to go back to normality but to face an adaptation to something that has been called “new normal” and it is not clear why it has to be so just for them, regarding hygienic rules, distancing, number of people in the buildings. Sign that sometimes, the cultural field suffers from inferiority complex and accepts to be “more royalist than the king” in a relevance-suicide.

During the pandemic, museums around the world and, from my specific point of view, many of the almost 5.000 museums in Italy, demonstrated an unexpected vivacity and enthusiasm developing online activities and events and exploiting their social network channels due to the need to maintain some sort of relationship with their audiences, some times even finding a shortcut to try and connect with new targets (see the Uffizi profile on TIKTOK). But have they reach the goal of answering to people’s needs? In a study that we carried out in the midst of the quarantine about provisional fruition of cultural offers after the lockdown, on almost 1000 respondents from the audience side, the outcome was a request of sense and meaning on qualitative terms.

Wounds left by fear and distancing that from physical has really become social after months of reclusion, can effectively be healed also by museums’ cultural products if these are high quality and consistent with the museum mission (see the Museo Egizio video production), if they can call for some sort of sociality – although with limited groups and mainly open-air (see the activities of MAVS a small archaeological museum on lake Garda who has more than doubled the number of workshops with kids after the pandemic, because they have an impressive number of subscriptions), and if they demonstrate a fit relationship with contemporary issues.

It will be more and more difficult in facts to justify to a greater number of stakeholders the “reason” or the meaning of maintaining museums open if museums won’t learn to trespass their thresholds and if they won’t bring their activities outside of their walls.

The more museums will need to become sustainable and attract funds both from the public and the private sectors, the more they must learn to care about the people and the environment around them. They can be interesting to the private sector and to individual support if they start offering real services as libraries usually do: museums cannot lend objects – of course, or why not? A lot of hotels or public utility buildings can be interested in lending so-called “secondary goods” the storehouses of every museum are full of, following all the rules and prescriptions required plus a high rental fee. In a time of touristic strategic positioning, this is an interesting “weapon” to rely on in order to enrich the experience of a territory, among others.

They can call for further and diversified public support if they can organise programmes (post-school, art therapy, caregiving to elderly people or disable, immigrants/asylum seekers welcoming/training, qualification training for who lost their jobs, human rights and gender rights promotion) to fill the welfare gap many communities suffer about.

Museums can find several opportunities and enter corporate supply chains, if they start sustaining the European Green Deal not only in words but in actions, fostering recycling – also of displays – and relying on the circular economy, improving biodiversity in the parks or terraces around them (see the 2017 TATE Modern project with beekeepers).

As we can see, then, museums are not islands, as Kenneth Hudson used to say, but they can be nodes of a new cultural network at the base of social development and local advancement. It’s really time that museums begin to care about what is outside themselves since they are singular collectives of people, heads, opinions, ideas which belong to the world and we cannot allow that the “building-museum” or the institution-museum keeps them balmed inside.
Talking again about the king: the king is naked now, let’s dress up, go outside from the palace and start mixing with contemporary life.

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This article is part of the speech of soluzionimuseali-ims’ founder Maria Cristina Vannini during the BE MUSEUMER Conference – Museums and Covid19.

 

Coerenza e trasparenza alla base dei rapporti fra i musei e il loro pubblico

Coerenza e trasparenza alla base dei rapporti fra i musei e il loro pubblico

Quanto è importante nella vita di ciascuno di noi potersi fidare di chi ci sta accanto? Avere una fonte autorevole a cui rivolgersi per avere risposte ai propri dubbi e incertezze? 

Quanto è importante potersi affidare alle spiegazioni di un interlocutore riconosciuto e obiettivo?

 

La nostra società si dibatte fra l’individualismo ambizioso di chi pensa di sapere tutto su tutto e il timore di non essere in grado di cogliere tutte le molteplici connessioni che caratterizzano il nostro presente. I social media amplificano questo atteggiamento avvicinandoci a una miriade di informazioni di cui spesso non è facile verificare la veridicità e che il più delle volte sono in contraddizione fra di loro.

Il dibattito si trasforma la maggior parte delle volte in giustapposizioni faziose che non riescono ad arrivare al cuore delle questioni, tanto meno a raggiungere sintesi o soluzioni.

I musei hanno l’occasione di sfruttare il vuoto lasciato da molti mezzi di informazione e di posizionarsi come luoghi di dibattito e di approfondimento rispetto ai loro temi specifici che, se vogliamo guardare con attenzione, sono tutti molto contemporanei. Non esiste un museo, archeologico, scientifico, di storia naturale, di arte religiosa, per esempio, che non trattino tematiche rilevanti, perché non esiste un museo che non tratti dell’essere umano, della sua vita e del suo mondo o del suo modo di interagire con esso.

 

Il fatto poi, che i musei siano composti di teste pensanti cioè, come diciamo noi, che siano singolari collettivi fatti da diverse persone con il contributo di altre persone per la fruizione di altre persone ancora, permette loro di essere per natura luoghi di confronto e mediazione per l’elaborazione di contenuti che si rinnovano continuamente se non altro nel dibattito interno, pur non trovando spazio, spesso, nel percorso espositivo.
Fin qui non c’è quasi nulla di nuovo in ciò che stiamo dicendo ma vale la pena ribadirlo e dare anche nuove motivazioni a sostegno di una nuova definizione di museo che non sia omologante ma che permetta a ciascuno di autodefinirsi nel modo più compiuto possibile rispetto alla propria missione e al proprio pubblico.
Ciò che caratterizza i musei, dal nostro punto di vista, è essere degli ipermedia. Ogni museo possiede più canali di trasmissione di messaggi: l’ambiente, l’allestimento, gli apparati testuali e digitali interni ed esterni al museo stesso sono i più tradizionali, ma anche i servizi che il museo offre trasmettono un messaggio definito di come il museo intende il suo rapporto con i visitatori. Più rari, al momento, sono i punti di contatto che rendono questi canali dei veri e propri trasmettitori bidirezionali di comunicazione.

 

Concentriamoci però, per ora, sulla trasmissione perché farla bene sarebbe già un obiettivo importante da porsi. E cerchiamo di andare un poco più a fondo nel discorso della trasmissione.
Cosa manca ai musei per essere considerati fonti autorevoli di informazione? Non parliamo qui della loro rilevanza presso il pubblico, ma proprio del riconoscimento della loro affidabilità di fonti.

 

Alla base del processo di attribuzione e riconoscimento di autorità ci sono alcuni parametri psicologici fra cui la coerenza e la trasparenza. Questi due parametri in contesto etico, contesto a cui i musei spesso si richiamano, sono considerati valori. In entrambi i casi, coerenza e trasparenza costituiscono aspetti ontologici da cui i musei non possono prescindere.

  • Coerenza con i temi fondamentali alla base delle proprie collezioni: non si può più parlare di qualsiasi cosa senza dar prova di averne approfondita esperienza. Il ritorno alla competenza sarà sempre più necessario nella ricostruzione di un domani più consapevole.
  • Coerenza con la definizione di missione e con le strategie per realizzarla. Ogni museo è unico e particolare, prodotto socio culturale del momento in cui è stato fondato e della sua evoluzione: non si può assumere che una definizione univoca di missione possa sintetizzare le innumerevoli e sfaccettate realtà museali.
  • Coerente adesione dei componenti dei musei, dalla dirigenza a tutti coloro che ne sono coinvolti, allo “stile museale”.
  • Trasparenza nella costruzione dei messaggi, dimostrando la forza di non omettere gli errori – da cui si può imparare – e la molteplicità dei punti di vista a corollario della posizione presa. I musei sono essenzialmente delle istituzioni politiche, volute dalla politica, con la potenzialità di esprimere indicazioni di politiche: la storia scelta come prevalente non esclude le altre narrazioni che possono concorrere al dialogo.

 

In conclusione, evidenziamo come nello scenario odierno le istituzioni culturali abbiano l’opportunità di prendere parola e costruire nuove dinamiche relazionali con il pubblico basate sui valori di trasparenza e coerenza.

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Come umanizzare i postumi da Covid-19

COME UMANIZZARE I POSTUMI DA COVID-19

Strategie narrative per ripensare gli spazi museali dopo la quarantena

Fra le tante conseguenze della pandemia di Covid-19 nelle nostre vite, c’è il segno che ha lasciato nei nostri spazi e nelle nostre abitudini

È ormai evidente come la quarantena e il distanziamento sociale, entrando a far parte della nostra routine, abbiano modificato la nostra quotidianità, il modo in cui ci muoviamo nello spazio e ci rapportiamo l’uno con l’altro. 

Ma la pandemia ha lasciato un segno anche sugli spazi fisici, per le strade e nelle città: gli spazi pubblici hanno visto comparire barriere e segnaletica che ci ricordano l’importanza della distanziamento per il bene nostro e degli altri.
I musei che hanno cominciato a riaprire le loro porte in queste settimane non sono rimasti esclusi da questa pratica: e anche noi di soluzionimuseali-ims abbiamo già parlato dei potenziali step che i musei possono mettere in atto per rendere i propri spazi sicuri.

È indubbio che queste indicazioni sono qualcosa da cui non si può prescindere, e che devono continuare ad esistere per la sicurezza di tutti. Ma per quegli spazi che, come i musei, si sono sempre dedicati ad accogliere e coinvolgere il proprio pubblico è chiaro quanto sia grande l’impatto – conscio e inconscio – che può avere la segnaletica che comunica le regole del distanziamento sociale.

A questa si accompagnano tutte le altre “barriere” a cui dobbiamo abituarci, come mascherine e guanti, che aggiungono una distanza simbolica ulteriore a quella pratica di un metro che dobbiamo mantenere. Spazi che prima sentivamo come nostri diventano ora distanti e minacciosi, con il rischio che queste indicazioni, uniformi e cariche di significati negativi finiscano per perdere il loro impatto ed essere ignorate da molti.

Come istituzioni che si sono sempre dedicate a sviluppare nuovi modi per educare e raccontare, i musei hanno più possibilità rispetto ad altre istituzioni di lavorare sui significati simbolici e sulla comunicazione di queste regole al pubblico. I musei potrebbero quindi essere capofila nello sperimentare modalità nuove con cui informare ed educare con strumenti che siano efficaci e immediati ma non freddi o alienanti.

Come umanizzare quindi il mondo di regole che è nato dai postumi dell’epidemia Covid-19?

Come già anticipato, una possibile soluzione consiste nel trasformare le barriere fisiche mantenendo il loro ruolo pratico ma ragionando sui significati impliciti di cui possono essere portatrici.

Come prima cosa bisogna concentrarsi sulla scelta del linguaggio e dei codici da utilizzare.

Una suggestione per provare a sperimentare in un campo solo parzialmente usato dai musei indica l’utilizzo di pupazzi, giocattoli o personaggi (inventati o reali). Può essere utile infatti sviluppare narrazioni e utilizzare figure e personaggi con cui il pubblico riesca a relazionarsi,

Un buon  esempio di queste pratiche è quello dell Museo Diocesano di Trento, che ha creato un’attività per trasformare l’ormai onnipresente guanto in un gioco per i bambini, facendolo diventare uno strumento che possono utilizzare per scacciare le proprie paure.

Un gioco laboratorio per i bambini condiviso sui canali social dal Museo Diocesano Tridentino per sconfiggere le paure

Queste tecniche non sono utili soltanto per i più piccoli, anche se ovviamente sono loro ad essere i più ricettivi a questi strumenti.

Un esempio fuori dall’ambito dei musei è quello del Cinema Anteo a Milano: in occasione della sua riapertura, la segnaletica per le sedute disponibili  viene sostituita da posti “occupati” da attori e celebrità.

 

Immagini dalla conferenza stampa per la riapertura del Cinema Anteo il 9 Giugno 2020

Entrambi i casi dimostrano quello che vogliamo suggerirvi:

  • non date comunicazioni “dall’alto” – è sempre più necessario che le istituzioni museali si “personalizzino”: i musei sono fatti da persone per le persone e la possibilità di creare dei personaggi che rappresentino il museo e che accompagnino il visitatore (un tempo era comparsa nei musei la moda della mascotte) permette di impostare una comunicazione orizzontale;
  • non usate un tono di voce autoritario e negativo – un po’ di leggerezza e ironia dopo mesi di chiusura e preoccupazioni possono aiutare a continuare a sopportare le limitazioni;
  • mettetevi sullo stesso livello del visitatore – le regole di distanziamento fisico si applicano sia ai visitatori sia allo staff del museo, siamo quindi tutti nella stessa situazione;
  • riducete le distanze a livello psicologico – abbiamo tutti bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di sentirci parte di una comunità: bambole, pupazzi, peluche, cartonati, spillette, mascotte, cappellini, foulard, adesivi… possono diventare segni di riconoscimento e di appartenenza a un gruppo di persone che anche a distanza si sentono vicine e soprattutto possono diventare una sorta di “coperta di Linus” a cui affezionarsi e con cui affrontare le nostre paure.

Per approfondire alcuni di questi temi, potete guardare la nostra #ChatontheSofa con Idoya Otegui Martinez, direttrice di Topic (International Puppet Center of Tolosa).

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Giornata Mondiale dell’Ambiente: i musei più green

CHE COS’È UN MUSEO GREEN?

Possiamo definire museo “green”, un museo che incorpora concetti di sostenibilità nelle sue operazioni, programmazione e strutture. Alcuni risiedono in un edificio caratterizzato da un’architettura e tecnologia sostenibili e molto spesso si impegnano ad aumentare la consapevolezza del pubblico sulla crisi climatica, sulla terra e i suoi limiti e di come le azioni invidivuali e collettive la influenzano.

Come riportato da Iberdrola: “I musei sostenibili del 21 ° secolo sono efficienti dal punto di vista energetico, gestiti in modo sostenibile e sensibilizzano l’opinione pubblica sulle questioni ambientali.”
Come istituzioni investite di fiducia da parte del pubblico, i musei possono usare la loro posizione per creare una cultura della sostenibilità.

Noi crediamo, insieme ad altri studiosi e professionisti, che l’attenzione alla sostenibilità sia un modo per i musei di essere rilevanti nel 21° secolo.

I MUSEI ECOSOSTENIBILI NEL MONDO

Abbiamo parlato in passato di musei e scelte consapevoli, ma per la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020 abbiamo deciso di fare una lista con alcuni dei musei che si impegnano attraverso le loro azioni per promuovere un futuro ecosostenibile.

 

Museo del Prado (Spagna)

Australian Museum  (Australia)

The Horniman Museum&Gardens (Inghilterra)

Museum of Tomorrow in Rio de Janeiro (Brasile)

Ocean Museum in Biarritz (Francia)

Panama Biomuseum (Panama)

Field Museum in Chicago (Stati Uniti)

Jockey Club Museum of Climate Change di Hong Kong (Cina)

Tate (Inghilterra)

 

Per quanto riguarda il panorama nazionale non possiamo non citare il lavoro svolto da:

Museo delle Scienze (MuSe) di Trento

Explora – il Museo dei Bambini di Roma

MART di Rovereto

 

Nella nostra lista inoltre includiamo i musei che hanno ricevuto una Special Commendation for Sustainability dalla giuria di European Museum of the Year Award. Introdotto per la prima volta nel 2015, il premio viene assegnato a un museo che ha dimostrato un alto impegno nello sviluppo di iniziative legate alle attitudini ecologiche, riducendo l’impatto ambientale e riflettendo la diversità della sua società, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie necessità. Il premio é sponsorizzato da MEYVAERT.

  • World Nature Forum, Svizzera (2019)
    Il World Nature Forum affronta una delle questioni più importanti per l’umanità nel 21 ° secolo: l’impatto dei cambiamenti climatici. Attraverso le sue eccellenti mostre, progetti scientifici e programmi educativi, rivela come i cambiamenti climatici stanno influenzando il ghiacciaio Jungfrau-Aletsch, una fonte d’acqua per l’agricoltura, non solo per la regione delle Alpi svizzere ma per gran parte dell’Europa.
  • Vapriikki Museum Centre, Tampere, Finlandia (2018)
    Fornisce un modello per i musei di tutto il mondo: oltre a servire le sue comunità locali questo museo è stato premiato per il suo concetto unico di creare un’istituzione culturale socialmente responsabile, razionale, economicamente sostenibile, professionale, unita dal principio del lavoro collaborativo.
  • Visitor Centre of the Swiss Ornithological Institute Sempach, Svizzera (2017)
    Il centro ha ricevuto l’Encomio speciale della giuria per la sostenibilità del il suo approccio innovativo relativo alla sensibilizzazione del pubblico sulle specie in pericolo e per la creazione di un edificio e un ambiente altamente sostenibili sia per gli uccelli che per i visitatori.
  • Museum of Bibracte, Mont Beuvray, Francia (2016)
    Il museo, incentrato sulla civiltà celtica, è impegnato nella sostenibilità ambientale e sociale promuovendo la gestione intelligente del sito naturale, preservando i paesaggi, dando la priorità alle attrezzature a bassa energia e sviluppando progetti per l’impiego a lungo termine in alcuni tipi di lavoro, con un programma di attività rivolte alla comunità locale.
  • The Finnish Nature Centre Haltia, Haltia, Finlandia (2015)
    Il Centro è stato riconosciuto per il suo lavoro di educazione ambientale, attraverso il quale incoraggia i giovani a uscire nella natura e ad impegnarsi in attività eco-compatibili. Inoltre l’edificio di Haltia è stato elogiato per la sua eco-efficienza e la sua partnership ben progettata tra uomo e natura.

Cliccando qui potete anche trovare la lista dei musei certificati LEED (Leadership in Energy and Environmental Design).

SOSTENIBILITÀ E CSR

Una ricerca Accenture ha rivelato che i consumatori, di tutte le generazioni, si preoccupano di ciò che le compagnie dicono e di come agiscono. La stessa ricerca afferma che più di sei giovani consumatori su dieci considerano attentamente i valori etici e l’autenticità di un’azienda prima di acquistare i loro prodotti. Per questo, la cultura della sostenibilità comincia a farsi strada, ancora prima che nelle istituzioni culturali, nelle aziende rientrando nelle strategie di Corporate Social Responsibility (CSR). Attivare una brand reputation consapevole e attenta alle tematiche ambientali può essere la chiave per agire anche a livello aziendale su una tematica delicata ma necessaria per il futuro delle prossime generazioni.

 

Una perfetta simbiosi di pratiche attente all’ambiente legate a un museo d’impresa la si trova nel Museo Salvatore Ferragamo, “il primo museo aziendale Green d’Italia”.

In questi giorni abbiamo fatto domanda per diventare membri del Climate Heritage Network. Chi ci segue da tempo sa che quello della sostenibilità é un tema a cui teniamo molto e oggi rinnoviamo il nostro impegno nel voler contribuire alla lotta al cambiamento climatico lavorando sulle potenzialità dell’ambito culturale.

 

“Museums hold in one body the diverse physical and intellectual resources, abilities, creativity, freedom, and authority to foster the changes the world needs most.”

Sarah Sutton

Giornata Internazionale dei Musei: accessibilità e advocacy

Nella giornata internazionale dei musei, dedicata all’uguaglianza, alla diversità e all’inclusione, ci siamo interrogati su come i musei possano rispondere a questa chiamata e abbiamo provato a parlarne durante l’incontro organizzato dalla Commissione Accessibilità di ICOM Italia.
Potete trovare qui le slide riassuntive dell’intervento.

L’accessibilità, infatti, è la chiave che apre i musei all’inclusione: un’accessibilità dei luoghi, dei contenuti, della condivisione delle storie e delle emozioni nei confronti delle molteplici comunità a cui i musei si possono rivolgere. Bisogna infatti iniziare a parlare al plurale: non è “una” comunità di riferimento ma sono molte comunità, varie, interconnesse e spesso sovrapposte, ognuna portatrice di interessi particolari a cui i musei possono dare risposte, possono approfondire di significato e infine possono dare voce. Sono l’evoluzione delle tribù di Maffessoli [Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, 2004].

Accessibilità quindi diventa Advocacy. Ricollegandoci al concetto di Universal Design che l’associazione Designforall ha aiutato a diffondere in Italia anche proprio, inizialmente, insieme alla neonata Commissione Accessibilità, abbiamo voluto intitolare il nostro intervento “Advocacy for all: fare rete, dare accesso, costruire un nuovo futuro”

L’Advocacy nei musei è uno strumento reciproco, come ha insegnato l’AAM oramai 12 anni fa, con cui i musei si fanno rappresentare da testimonial famosi o da gruppi d’interesse ma attraverso i quali i musei danno voce a chi non riesce a farsi sentire. In questi mesi quante sono state le persone che, chiuse nelle loro case, non hanno avuto voce o non hanno trovato chi potesse parlare per loro? 

Temi quali l’omosessualità e di contro l’omofobia, il nuovo femminismo e i femminicidi, la povertà diffusa, l’immigrazione e le forme di nuova schiavitù, le nuove geografie che si sono aperte grazie e a causa della tecnologia, le guerre, le varie forme di disagi fisici e psicologici a cui questo periodo di isolamento ha provocato, sono tutti temi che si possono ritrovare nei musei: nelle storie delle opere, degli autori, dei periodi storici e nell’evoluzione delle civiltà che sono conservate nei musei. 

Se i musei vogliono diventare rilevanti nella vita delle persone e nel contesto sociale, devono imparare ad aprire le loro storie a chi le può comprendere nel profondo, a chi può aggiungere a quelle storie le proprie, in un rimando costante di attualizzazione e di dialogo che non si può fermare all’interno delle mura dei musei ma che deve necessariamente superarle, perché i musei non sono fatti di mura e oggetti ma di persone, relazioni ed idee. 

Questo periodo ci ha insegnato ad andare oltre le distanze e le chiusure: tutti siamo usciti dalle nostre case senza muoverci da esse e abbiamo incontrato il mondo attraverso i nostri device digitali. Abbiamo capito che su alcune prassi e modalità di produrre e pensare non vale la pena tornare indietro: sul senso che abbiamo imparato a dare al tempo, al valore della qualità e dell’esperienza, all’importanza degli affetti e dei sentimenti, al significato di solidarietà e di collaborazione, ma soprattutto alla volontà di non perdere mai l’entusiasmo e la voglia di libertà.

Per rispondere a queste esigenze di senso la risposta dell’Accessibilità e dell’Advocacy richiede che, sia noi professionisti della cultura sia il nostro pubblico, ci ricordiamo di essere un insieme plurale a cui prestare ascolto e di cui prendersi cura, attraverso lo sviluppo di tutte le possibili interconnessioni e le nuove relazioni di prossimità, quasi che l’attività museale sia uno degli strumenti di un nuovo welfare sociale. 

Non possiamo più aspettare e soprattutto non sappiamo più cosa aspettare perché i musei entrino nella costruzione di un nuovo domani: dobbiamo mettere in atto offerte culturali rilevanti, sui veri bisogni delle nostre comunità attraverso il lavoro riconosciuto professionalmente di specialisti; dobbiamo richiedere che il nostro pubblico possa godere dei contenuti museali in presenza o a distanza ma validati da un piano nazionale di strategia digitale che ne garantisca l’elevata qualità e che l’esperienza museale delle nostre comunità venga sostenuta economicamente; dobbiamo lavorare alla creazione di reti integrate sui nostri territori affinché non si riproponga il modello di turismo di massa che ha congestionato e banalizzato il rapporto con i visitatori ma chiediamo che i nostri musei entrino a far parte di una conversione “smart” e “green” più ampia a livello nazionale. 

 

 

 

 

Nuovi modi di pensare tecniche di di audience development: IL CASO CONNECT, BTS

Sembra strano in un momento in cui tutti stiamo lentamente cominciando a riprendere una vita normale voler parlare di un progetto che, per quanto risalga a solo qualche mese fa, sembra appartenere a un mondo completamente diverso, per la maggior parte di noi ancora inaccessibile, in cui frequentare spazi pubblici e musei faceva ancora parte della nostra routine.

Ma proprio per quello che ci ha insegnato l’esperienza di isolamento, che ha posto limiti alla nostra capacità di connettersi e comunicare, ci sembra importante parlare di esperienze innovative e proiettate verso un futuro in cui tutte le potenzialità del passato – l’immagine di un mondo senza confini e sempre più connesso – possano tornare ad essere rilevanti.

Lanciato a febbraio del 2020, CONNECT, BTS è un progetto di arte pubblica contemporanea diffuso in quattro continenti, con sedi a Londra, Berlino, New York Buenos Aires e Seoul. A trasformare il progetto in notizia virale è stato uno dei suoi aspetti più sorprendenti: i promotori e finanziatori sono infatti i BTS (“Bangtan Sonyeondan” let. “ragazzi antiproiettile”), boyband coreana che negli ultimi anni ha raggiunto un successo senza pari a livello globale: BTS sono infatti il primo gruppo dopo i Beatles a vantare tre album in un anno al primo posto nelle classifiche Billboard, e si sono recentemente esibiti al Dick Clark’s New Year’s Rockin’ Eve, l’iconico evento di capodanno a Times Square a New York.

CONNECT, BTS è un progetto che suggerisce l’importanza di collaborazione tra forme d’arte spesso considerate lontane, come la musica di una boyband e l’arte contemporanea. Ma CONNECT, BTS è anche un esempio della centralità che l’arte può continuare ancora ad avere nelle nostre vite. Il motto di Bighit (l’etichetta che gestisce i BTS) è MUSIC AND ART FOR HEALING, un messaggio con cui chiunque lavori nel mondo dell’arte e dei musei non può che trovarsi d’accordo.

Il progetto, come dichiarato sul sito web, sembra avere un obiettivo ambizioso:

“To redefine the relationships between art and music, the material and immaterial, artists and their audiences,
artists and artists, theory and practice. CONNECT, BTS may be described in terms of a collective curatorial
practice by curators around the world who resonated with BTS’ philosophy”
.

Come dichiarato a The Guardian da Daehyung Lee, il curatore che ha sviluppato il progetto, l’iniziativa è costruita intorno al concetto di solidarietà.

“We can connect with people at opposite ends of the world but we sometimes forget to communicate
with our own neighbours or relatives. We are losing solidarity, we have forgotten how to communicate
properly with each other”.

Parole più che mai significative nel contesto attuale.

Sempre sul sito web del progetto possiamo leggere:

“(…) alone with their devices, as if watching their lives from afar, filtered, objectively, people can feel
increasingly isolated, their confidence damaged. These effects are not always only personal;
they can radiate outwards, affecting communities and nations”.

La maggior parte di noi è stata probabilmente introdotta alla musica coreana da Gangam Style la hit virale di Psy di ormai quasi 10 anni fa. In realtà la Corea del Sud ha un’industria dell’intrattenimento popolare che da decenni regna incontrastata nel sud est asiatico, grazie alla produzione di film, telefilm (k-drama) e soprattutto musica: k-pop, o idol music. Grazie a una vivace scena indie locale, prestiti da rap e hip-hop e a un’industria culturale che negli anni ha sviluppato un sistema complesso ma molto efficace nel formare talenti, la musica coreana è riuscita a far crescere il proprio pubblico senza pausa a partire dagli anni novanta. Gli ultimi anni hanno inoltre visto una crescita esponenziale della Hallyu o Korean Wave, come viene chiamata la crescita di popolarità della Corea degli ultimi trent’anni. Si stima che ad oggi esistano più di 70 milioni di fan di Kpop e Kdrama nel mondo, e quattro dei gruppi KPOP più popolari (Big Bang, Super Junior, Girl’s Generation e Psy) hanno venduto complessivamente più di 230 milioni di dischi. Sempre più drama coreani vengono ripresi all’estero per farne remake, e la vittoria incontrastata di Parasite agli Oscar del 2020 dimostra quanto questa influenza sia ormai uscita dal livello regionale asiatico.

Un discorso a parte deve essere però fatto per i BTS. Nemmeno il capolavoro di Bong riesce infatti in termini di numero ad arrivare al successo della band, tanto che egli stesso dichiara in un’intervista “I BTS hanno 3000 volte la mia influenza”. I BTS da soli rappresentano infatti più di 4 miliardi e mezzo del PIL della corea del sud, e il loro account twitter genera 4 volte l’engagement di quello di Donald Trump.

Se infatti gli ultimi anni hanno visto una crescita del pubblico della musica coreana in tutto il mondo, i numeri dei BTS surclassano quelli di tutti i loro connazionali, e di molti artisti occidentali. Il loro ultimo album, che ha raccolto 4 milioni di prevendite, è stato il quarto fra i loro a raggiungere il primo posto nella Billboard Hot 200 (la classifica settimanale degli album più venduti negli Stati Uniti). Il loro è ben più di un momento virale, e il loro successo di vendite ci dimostra che ormai sono da considerarsi uno delle più grandi forze musicali a livello globale. Risultato ancora più significativo se ricordiamo che cantano in coreano, e non in inglese.

Il progetto, che nasce quindi anche come modo per connettere “di persona” le comunità – come quella dei fan dei BTS, sparpagliata per il mondo e che comunica solo online, lascia un’impressione ancora più forte nel momento attuale, in cui siamo stati tutti costretti a rinunciare a queste connessioni personali nel nome di un distanziamento fisico di natura sanitaria.

Riprendendo le parole del curatore del progetto, Daehyung Lee, l’obiettivo è “to connect individuals across the world as they re-evaluate their present circumstances, attitudes and potentialities.” E, ancora in un’intervista a The Guardian, Antony Gormley, autore di New York Clearing (installazione CONNECT, BTS a New York) definisce l’operazione “un atto di speranza”.

 

MA PERCHÈ UN GRUPPO PROVENIENTE DA UN PICCOLO – seppur innovativo- STATO DELL’ASIA HA DECISO DI INVESTIRE IN PROGETTI DI ARTE CONTEMPORANEA SPARSI PER IL MONDO?

In molti, sia in patria sia all’estero, hanno cercato di spiegare l’inaspettato successo della band: fra le ragioni c’è il ruolo attivo dei sette membri della band nella scrittura e produzione della musica, fenomeno relativamente raro all’interno dell’idol music coreana, o le loro performance dal vivo, accompagnate da complesse coreografie. Ma un altro elemento chiave del loro successo è sicuramente la capacità del gruppo di connettere, relazionarsi e raccogliere un gruppo di fan appassionati a livello globale (conosciuti come Army), che promuovono e supportano i loro idoli sui social spesso attraverso complesse campagne coordinate.

CONNECT, BTS nasce all’interno degli sforzi promozionali dell’ultimo album della band (Map Of The Soul:7). Insieme a video musicali e apparizioni televisive, la band ha infatti annunciato l’apertura delle varie sedi del progetto. L’idea è stata interpretata da subito come modo di introdurre nuove audiences all’arte contemporanea: la target audience dei BTS, che ci si può immaginare come prevalentemente giovane, non coincide esattamente con quello che ci si aspetta sia il pubblico dell’arte contemporanea.

Il progetto è sicuramente innovativo: per quanto collaborazioni tra musicisti e artisti non siano nuove, di solito sono limitate ad un singolo evento  artistico (per esempio la copertina dell’album o una clip dell’album come: dalla classica copertina dei Rolling Stones firmata da Andy Warhol al videoclip di Beyoncé e Jay Z girato al Louvre, e in patria i lavori di Marco Mengoni o il più recente esperimento di attualizzazione di gruppi scultorei nel video Rose Viola di Ghemon). Nel caso dei BTS invece il progetto lascia ampio spazio agli artisti coinvolti e pone il gruppo nel ruolo di mecenate e coordinatore: il tema ricorrente dei loro progetti è, quindi, una fonte di ispirazione per gli artisti, e il loro contributo dà più spazio e maggiore visibilità all’arte.

La decisione di includere l’arte nella promozione di un album deve quindi suscitare l’interesse di tutti. Bighit è stata recentemente nominata da Fast Company come la quarta compagnia più innovativa al mondo, sotto giganti come Microsoft e Tesla. Il cuore di questa innovazione è proprio l’utilizzo della tecnologia per connettere e mobilitare i fan, attraverso la creazione di app e altri strumenti ad hoc di coinvolgimento delle community.

E’ quindi promettente che l’arte e i musei siano stati scelti come canale in cui sperimentare queste innovazioni, soprattutto nella loro declinazione più classica – lo spazio fisico e lo spazio pubblico: per andare a compensare degli aspetti che attività social e prodotti digitali non riescono a ricreare.

Invece che essere un investimento laterale, o una forma di Corporate Social Responsibility, CONNECT, BTS può essere letto come parte integrante di una strategia globale, che suggerisce l’importanza di investire in arte e musei non solo per il loro valore simbolico, ma per la capacità unica che hanno di unire le persone.

In questo periodo, abbiamo visto sempre più sperimentazioni da parte di artisti per comunicare il proprio lavoro, e collaborazioni inaspettate fra generi e piattaforme: un ottimo esempio è la collaborazione fra FORTNITE e Travis Scott, in cui il rapper americano ha utilizzato il videogioco per promuovere il suo nuovo video musicale. Il videogioco diventa uno strumento per comunicare, e anche il solo successo numerico dell’operazione (46 milioni di visualizzazioni totali) dimostra l’importanza di intraprendere nuove strade.

Anche il mondo dei musei è stato costretto a riflettere, in questi ultimi mesi, su nuove strategie e opzioni per raggiungere le proprie audience, e noi di soluzionimuseali ims abbiamo indagato anche quale sia stata la risposta del pubblico.

Questi esempi di successo che arrivano dal mondo della musica ci dimostrano l’importanza del ruolo della tecnologia e della rete per per mettersi in contatto con le persone e far crescere l’interesse reciproco, connettendosi e promuovendo i propri messaggi. Ci ricordano però anche i loro limiti e come per essere efficace il loro utilizzo debba essere integrate con la possibilità di vivere queste esperienze di persona.

Ritorno al museo: il consumo culturale dopo il lockdown

Dal 10 al 17 aprile 2020 soluzionimuseali-ims ha lanciato un questionario per esplorare
le intenzioni di consumo e la disponibilità del pubblico di tornare a fruire l’offerta museale al termine del lockdown di questi mesi.

Il questionario prevedeva un misto di domande chiuse e aperte per permettere di raccogliere maggiori informazioni possibili che dimostrassero
le più spontanee motivazioni, aspirazioni e preoccupazioni dei rispondenti.

Al seguente link potete trovare il file integrale da consultare e scaricare:

Idee per i piccoli musei che devono preparare il ritorno dei visitatori

Questo strumento si pone come materiale di spunto per musei e luoghi di cultura in vista della riapertura delle loro attività, per mettere i visitatori in sicurezza, aldilà  delle prescrizioni sanitarie e le normative di legge.

Non si tratta di un vademecum, ma di un semplice materiale di supporto pratico per ripensare il visitors’ journey post Covid19, che ognuno potrà  adattare alle proprie necessità.

Con la speranza da parte nostra di aver contribuito per una piccola parte alla Vostra ripresa.