All posts in: insights

#MuseumWeek Social Buzz

Quest’anno la #MuseumWeek2019 ha visto partecipare più di 60.000 istituzioni culturali, e il buzz digitale registrato ha superato tutte le scorse edizioni.

I temi trattati, uno per ogni giorno della settimana, hanno toccato argomenti diversi, ma quali hanno ricevuto più sostegno? Quali di questi hanno creato il buzz maggiore?

Ecco una breve panoramica dei post Instagram pubblicati seguendo gli hashtag giornalieri della MuseumWeek. 

Anche soluzionimuseali-imsha preso parte a questa iniziativa, supportando il tema a lei più vicino#womeninculture, scelto anche comeportavoce di tutta la MuseumWeek.

Iniziative come questa dimostrano la vicinanza delle tematiche culturali a tutto il mondo socialdigital.

Protagonista di questo successo è senz’altro una strategia che mira all’engagementdei partecipanti e che li spinge ad avere un ruolo attivo di content creation.

Grazie a questo tipo di trend, sempre più musei stanno diventando veri e propri influencer, facendosi conoscere attraverso i social media. 

Proprio @MuseumWeek su Twitter ha pubblicato la classifica dei Top 10 Influencer in the world, supportata dagli analitycs di Talwalker. 

I musei italiani hanno conquistato ben 2 posizioni nella lista mondiale e, confermando una cosa di cui noi siamo fortemente convinte, non sono quelli che ci si aspetterebbe ad occuparle, bensì il Museo Tattile di Varese, e il Palazzo Reale di Napoli.

soluzionimuseali-ims è pronta a supportare le realtà che vogliono muovere i primi passi sui social network, con consulenza specializzata nel settore della comunicazione museale.

Tate Modern: il brand che sorpassa il British Museum

Secondo i dati del 2018 la Tate Modern raggiunge 5,9 milioni di visitatori, superando così i 5,8 milioni del British Museum e guadagnandosi il primato come prima attrazione del Regno Unito.

É la prima volta dalla sua apertura, avvenuta nel 2000, che il museo raggiunge questo risultato.

Il British Museum, aperto nel 1753, vanta di un ricco passato e nel tempo ha sviluppato una forte reputazione e identità. Eppure negli ultimi decenni, mentre l’importanza della brand orientation per i musei assume una rilevanza strategica da non sottovalutare, il British Museum sembra appoggiarsi fermamente sulla sua consolidata rinomanza perseguendo una politica di marca poco mirata nel dichiarare in maniera trasparente unicità, differenza e valori.

E forse proprio per questo il giovane museo di arte moderna e contemporanea, collocato in un’ex centrale elettrica e costruito sotto la direzione architettonica di Herzog & De Meuron, sorpassa in un ventennio l’icona storica che ha definito a lungo l’immaginario legato alla parola museo.

Non è un caso che proprio TATE sia uno dei case studies più citati quando si parla di museum branding. A fare la differenza non é solo l’immagine coordinata ideata dallo studio di Wolff Olins, ma soprattutto il fatto che il museo abbia creato una precisa percezione nella mente dei visitatori che risulta coerente in ogni suo aspetto. 

In un mondo in cui differenziarsi diventa un imperativo per emergere nel mercato, é il brand a creare valore. Un valore per il pubblico che si trasforma in valore economico poiché in grado di attrarre nuovi visitatori, nuovi sponsor e fondi.

Un lavoro strategico quindi, quello della Tate e di molti altri musei inglesi (come quelli presenti nel grafico), dimostratosi un valido modello per incrementare l’attrattività e la qualità dei rapporti con gli stakeholders.

Anche soluzionimuseali-ims si occupa di Museum Branding.
In occasione della riapertura di Villa Bernasconi, una stupenda villa liberty collocata nel panorama di Cernobbio sul lago di Como, abbiamo svolto una analisi di brand position a conclusione dell’intero progetto di definizione del nuovo Brand Villa.

Sei interessato a sapere come costruire un brand efficace per il tuo museo?

Contattaci per una consulenza!

EMYA 2019: il valore del confronto

Anche quest’anno European Museum of the Year (EMYA) si è dimostrato un interessantissimo osservatorio per valutare come sta evolvendo la museologia nei Paesi membri del Consiglio d’Europa. 

La 42ma edizione del Premio fondato da Kenneth Hudson si è svolta a Sarajevo dal 22 al 25 Maggio, organizzata dal War Childhood Museum, vincitore del Premio del Consiglio d’Europa nel 2018. 

40 musei da 17 Paesi hanno scelto di prendere parte alla competizione, farsi giudicare dai giudici di EMYA e concorrere dando il loro meglio durante la presentazione pur sapendo che i giochi erano già fatti. 

Il valore di queste manifestazioni, infatti, qual è? Perché da 42 anni musei di tutto il continente decidono di partecipare al premio? Non certo per il valore economico, inesistente, del premio in sé, ma sicuramente per la sua reputazione e per poter guadagnare il premio più grande del nostro settore museale: riuscire a confrontarsi con colleghi internazionali in modo informale, sulle problematiche quotidiane o su temi etici e contenutistici, fornendo il proprio approccio e prendendo spunto dalle pratiche degli altri.

Quindi, poca importanza ha se si porta a casa un premio, perché in ogni caso si porta a casa una esperienza forte e profonda che lascerà sicuramente il segno. 

Si portano a casa i contenuti dei keynote speeches del fondatore del War Childwood Museum, di Sharon Heal direttrice della Museum Association UK, di Deyan Sudjic direttore del vincitore dell’EMYA2018, il Museo del Design di Londra.

Interventi tutti, insieme ai dibattiti tematici a cui i candidati sono invitati a partecipare, e ai workshop su macro temi della museologia, che illuminano, ispirano e confermano che il nostro lavoro è uno dei più belli del mondo: dare una chiave di comprensione del mondo in cui si vive attraverso le molteplici tipologie museali. 

E quindi non è rilevante che il premio EMYA principale sia stato vinto dal Rijksmuseum Boerhaave, di Leiden, il premio del Consiglio d’Europa sia andato al Museum für Kommunikation di Berna, il Premio Kenneth Hudson al Weltmuseum di Vienna, il Silletto Prize allo Strandingsmuseum St. George in Danimarca o il nuovo Portimao Prize al museo Brunels’s SS Great Britain …. È rilevante che quest’anno la presenza italiana fosse pari a zero perché forse da noi la filosofia del confronto non è così diffusa e apprezzata.

I nostri migliori auguri ai candidati italiani dell’anno prossimo, sapendo che anche se non vincessero, vincono lo stesso.

MEET – Centro per la cultura digitale

Finalmente in Italia, a Milano, dall’esperienza di Meet the Media Guru apre MEET un centro di innovazione tecnologica che ha come missione di contribuire a colmare il divario digitale nel nostro Paese.

È difficile parlare di tecnologia nel settore museale: a fronte di musei che hanno impostato molto sulla digitalizzazione delle collezioni e sulla tecnologizzazione dell’esperienza, la maggior parte dei musei – e non solo quelli di piccole dimensioni – hanno scarsa dimestichezza con un corretto uso del digitale. Infatti, come ci insegna MEET, il digitale, i big data, la tecnologia elettronica complessa (dal biotech, alla AI, alla georeferenziazione integrata, bit coin, block chain e chi più ne ha più ne metta) deve servire alla vita delle persone, al miglioramento della loro vita e delle loro esperienze. 

Per un museo, spesso, anche un sito web può essere una complicazione e molte delle applicazioni che l’industria o la ricerca universitaria hanno importato nei musei in fase prototipale non sono mai riuscite a soddisfare pienamente i bisogni e le aspettative di entrambe le parti: i musei e i suoi visitatori. 

Ora, dopo i tentativi della “grande distribuzione” di sposare una filosofia partecipatoria prettamente museale attraverso il gaming (chi si ricorda dei….. nintendo????), diverse start-up di giovani  professionisti del settore aiutati da colleghi grafici e informatici, stanno ottenendo notevole successo nello sviluppo di prodotti basati sulle collezioni di specifici musei e dei loro messaggi culturali in modo da andare incontro ai diversi linguaggi e alle diverse culture dei loro pubblici. 

MEET sarà in grado di far avanzare la cultura digitale anche nel mondo museale?

Noi abbiamo contribuito portando in Italia, attraverso Meet the Media Guru, Nancy Proctor (qui per vedere il talk in streaming)  e continueremo a proporre i nostri contatti fra i musei internazionali che secondo noi hanno un approccio modello al settore digitale.  

In ogni caso, benvenuto MEET e arrivederci a tutti sui loro canali streaming!

Looking inside the “Cabinet” twenty-one years after – S.E. Weil ICOM MEMORIAL LECTURES 2016

Fra qualche mese si rinnoverà l’incontro internazionale dei professionisti museali nella 25° conferenza generale di ICOM a Kyoto. Fra le varie sessioni, le memorial lectures rivestono un interesse particolare e, dal mio punto di vista personale, quella che riguarda Stephen E. Weil assume una notevole importanza per la lungimiranza del suo pensiero e l’acutezza delle sue analisi.Durante la conferenza generale che si svolse a Milano nel 2016, ho cercato di mettere in nuce quanto del pensiero di Weil sia ancora attuale e possa ancora aiutarci nel nostro lavoro. Qui per voi la lettura del testo.

 

 

Street Art nei musei

Anche i meno attenti fra i nostri concittadini milanesi sapranno che fino al 12 aprile si é svolta presso il Mudec-Museo delle Culture la mostra “Banksy – A visual protest”, l’ultima in una serie di grandi mostre internazionali che stanno portando la street art all’interno dei musei.
In molti avranno infatti notato i manifesti pubblicitari raffiguranti il famigerato “Lanciatore di fiori” che il Mudec ha diffuso per strade e metropolitana. Proprio questa campagna pubblicitaria è stata recentemente al centro di un contenzioso perché Pest Control Office Limited, la società che si occupa di gestire il brand Banksy, ha citato in giudizio 24 Ore Cultura per violazione di Copyright e vendita non autorizzata di merchandising.

Non è questo un evento eccezionale: non è infatti la prima volta che Banksy fa cause a mostre non autorizzate come quella del Mudec. Sul suo stesso sito è presente una sezione in cui sono elencate tutte le mostre “FAKE”, realizzate senza il coinvolgimento – e il permesso – dell’artista.

Screenshot da www.bansky.co.uk

Diverse persone hanno fatto notare l’incongruenza, da parte di un’artista da sempre contro il copyright, dell’utilizzo di questo stesso sistema per monitorare la diffusione delle sue opere.

E lo stesso Banksy è consapevole di questo aspetto: in una chat privata, successivamente pubblicata su Instagram, commenta di non essere la persona adatta a lamentarsi di chi utilizza immagini senza chiedere permesso (“not sure i’m the best person to complain about people putting up pictures without getting permission”).

Non è difficile immaginare come queste azioni legali abbiano soprattutto l’obiettivo di segnalare la distanza dell’artista da queste mostre piuttosto che ottenere vere limitazioni o chiusure. Come molte delle azioni di Banksy, il loro aspetto simbolico e sensazionalistico è da prendere in considerazione tanto quanto i loro contenuti ed effetti.
Sorgono dei quesiti ovvi a seguito di questo episodio: chi abbia diritto ad utilizzare le immagini, o la congruenza delle azioni di Banksy. Ma la posizione ideologica che ha spinto Banksy a rifiutare la commercializzazione della sua arte è facilmente ricollegabile alle radici più profonde della street art. E la questione che vogliamo porre anche a voi riguarda proprio il rapporto fra arte di strada, musei e mondo dell’arte in generale.

Caratteristica principale della street art è infatti primariamente la sua collocazione, in alcuni casi più caratterizzante, per l’interpretazione dell’opera, dei contenuti stessi. La scelta della collocazione avviene sia per ragioni di opportunità che per ragioni ideologiche: la street art prende infatti spesso una posizione volutamente anti-istituzionale, a cui si unisce l’aspetto egalitario dato dal trovarsi sulla strada, in una posizione accessibile a tutti e nei luoghi più lontani dal potere.

La street art è quindi un’arte senza proprietari, senza curatela e senza conservazione. Ma soprattutto un’arte senza committenti, e un’arte – di fatto – illegale.

Dato questo, sorgono dubbi rispetto al posto che l’arte di strada può avere all’interno dei musei. È possibile per la street art trovare uno spazio in questi contesti, o così facendo perde completamente di significato? La sua collocazione – e la sua posizione anti istituzionale – sono imprescindibili, o si può negoziare una via di mezzo?

Il rapporto fra street art e musei non è una novità. Arte di strada e graffiti art hanno trovato uno spazio all’interno dell’arte contemporanea, anche soltanto attraverso la commistione di tecniche e linguaggi (basti pensare ad artisti come Keith Hering).  E in diverse occasioni artisti di strada hanno collaborato con musei e altre istituzioni.

“Street Art”, Tate Modern, 2008

Fra gli esempi più recenti il più importante è forse la mostra “Street Art” che si è svolta presso la Tate Modern di Londra nel 2008, in occasione della quale ai diversi artisti coinvolti è stato chiesto di realizzare opere sulla facciata esterna del museo – già una forma di compromesso fra l’arte di strada e le istituzioni museali.

Faile, fra gli artisti coinvolti nell’esposizione, rispetto a questo nuovo rapporto fra arte e musei aveva dichiarato che “At least it’s no longer undermined as something on the street, something without value. Money fuels interest (…)” Per molti artisti il rapporto con i musei, e una validazione da parte del mondo dell’arte, è infatti strettamente collegato con il rapporto con gallerie, collezionisti e quindi con il denaro. Questo è un altro degli aspetti che rende complicati, e apparentemente irriconciliabili, i rapporti fra questi due mondi. Come molti altri artisti, lo stesso Banksy ha negoziato il suo rapporto con il mercato dell’arte, vendendo le sue opere solo in aste i cui ricavi vadano in beneficenza – o per 60$ a Central Park, nel corso di un’altra azione ad effetto. Ben Eine, street artist connazionale di Banksy, si identifica invece pubblicamente come un “working street artist” che accompagna, ai lavori fatti per strada, lavori nello “stile dello street art” che vengono venduti in gallerie e grazie a cui ricava fondi per finanziare i lavori fatti in strada.

Ma l’ingresso della street art nei sistemi convenzionali – e istituzionali- di diffusione dell’arte sembra in ogni caso inevitabile: i tentativi di Banksy – pratici o simbolici- di estraniarsi da questo sistema fanno poco per fermare il fiume in piena che è il Banksy effect – lo pseudonimo di un artista anonimo e controcorrente è anche un brand che vale milioni di dollari.

MrSavethewall_Street Art is Dead
Immagine da Deodato Gallery, rilevata da questo interessante articolo: “Street Art is dead: Mr. Savethewall decapita Bansky”

Non mancano però grida alla “morte della street art”.  Lo street artist italiano Mr. Savethewall ha lavorato sui manifesti della mostra del Mudec aggiungendo una riproduzione di “Davide con la testa di Golia”  di Caravaggio (in cui Golia indossa la maschera da scimmia di Banksy) accompagnato alla scritta “street art without street is just “art”!”

Va però preso in considerazione il terzo elemento in questa dinamica museo-artisti: il pubblico. La street art nei musei può essere un momento di validazione per l’artista, o qualcosa che avviene suo malgrado. Ma una nuova collocazione cambia fondamentalmente le modalità con cui il pubblico si relaziona all’arte.

Abbiamo già detto come la vicinanza al pubblico e l’assenza di una distanza – sia fisica che psicologica – siano fra gli elementi essenziali della street art. Trovandosi nel luogo pubblico per eccellenza è capace di avvicinarsi a chiunque, senza filtri, raggiungendo anche coloro che non cercherebbero intenzionalmente l’arte e comunicando con un pubblico estremamente più ampio di quello che frequenta i musei.

Portare la street art nei musei crea inevitabilmente un filtro, che anche in assenza di una bigliettazione è comunque costituito dal senso di intimidazione che i musei possono suscitare su chi non è abituato a frequentarli.


Sembra difficile escludere completamente la street art, così pervasiva e rilevante nel panorama contemporaneo, dal mondo che i musei dovrebbero studiare e raccontare.  E l’appeal della street art è qualcosa che molti musei hanno usato per cercare di attirare nuovo audience: è indubbio che la street art venga esposta per avvicinare nuovo pubblico ai musei, grazie anche alla sua forte capacità di parlare alla gente. Il risultato è il grande pubblico che si avvicina a queste esposizioni. Resta però da chiedersi chi sia veramente questo pubblico: si mantiene la democratizzazione tipica della street art?

Il rapporto fra musei e street art può essere visto come una questione di compromessi e ideologie irriconciliabili, o come una sfida i cui obiettivi sono trovare modalità innovative per conciliare l’arte dentro i musei e quella sulla strada. E per l’artista rimane la scelta fra essere completamente “libero” o realizzare delle opere diverse, collaborazioni ragionate o più meditative.

Piuttosto che semplicemente avvicinarsi alla street art riproponendola in una dimensione che, anche nei migliori tentativi, la sterilizza da parte del suo apporto creativo più caratteristico, una strada diversa per i musei potrebbe essere cercare di coglierne lo spirito. La street art infatti può insegnare molto sulla trasgressione, l’impegno politico e la condivisione dello spazio artistico con il pubblico.

I musei a loro volta potrebbero quindi riflettere su questo aspetto, non solo per rispettare gli scopi e le origini della street art, ma anche per capire come meglio comunicarla ai loro visitatori.

Perché è così importante conoscere la storia dell’arte

Negli ultimi mesi si sente spesso parlare di persone che vorrebbero escludere dalle scuole italiane la storia dell’arte. Sono in molti però a lamentarsi. Ma quanti davvero ne sanno di arte? I nostri stagisti dell’IIS Falcone-Righi hanno condotto un’indagine tra le strade di milano…

Perché è così importante conoscere la storia dell’arte?

Per alcuni studiosi di neuroscienza l’educazione artistica migliora l’attenzione e le funzioni cognitive. Questi distinguono due processi del nostro cervello quando raccogliamo informazioni, quella bottom-up, ovvero le funzioni biologiche del nostro cervello che ci permettono di estrarre gli elementi chiave dell’immagine e quella top-down, ovvero l’influenza esercitata dalle funzioni mentali e cognitive come l’attenzione, per il quale il cervello deve impegnarsi in un’elaborazione per risolvere le abiguità del bottom up. L’informazione top-down colloca l’immagine in un contesto psicologico personale, e trasmette quindi significati diversi alle diverse persone.

“La creatività elimina la barriera tra il nostro IO conscio e quello inconscio, consentendo loro di comunicare in modo relativamente libero, seppur controllato. Dal momento che l’osservatore sottostà a un’esperienza creativa quando vede un’opera d’arte, chi guarda sperimenta, al pari dell’artista, questa comunicazione controllata con l’inconscio.”

Arte e neuroscienze. Le due culture a confronto, Eric Kandel

Dunque conoscere la storia dell’arte è il primo passo per diventare artisti.

Inoltre lo studio della storia dell’arte può servire a capire meglio alcuni aspetti delle altre materie perché permette di osservarli da un punto di vista diverso.
Infine, ci permette di conoscere le nostre origini, allena al senso critico e al libero giudizio.

I media nella cultura

Se l’ultima volta ci siamo interrogati su come i social media potessero giocare un ruolo importante all’interno delle azioni museali, oggi, di fronte a recenti eventi, diventa importante capire anche quale sia il ruolo dei musei inseriti in contesti di diffusione diversi da quelli tradizionali, come per esempio il videoclip musicale. Un cinema ridotto temporalmente ma amplificato nella diffusione, che può diventare strumento e arma di rappresentazione individuale, sociale e, talvolta, di denuncia.

È il caso del Louvre, che ha affittato i suoi spazi a icone internazionali della scena musicale come Beyoncé e Jay-Z per girare il loro nuovo videoclip: APESH*T.

Come preannunciato dal titolo della canzone, il pubblico è andato in visibilio. Le 95 milioni di views su Youtube lo confermano.

Una scelta pop e un modo, da quanto affermato da Anne-Laure Béatrix, direttrice delle relazioni esterne dell’istituzione museale a Le Monde, per avvicinare i giovani e tutte le persone che si sentono fortemente distaccate dalla cultura e arte racchiusa dal museo.

[read more=”Leggi tutto” less=”Leggi meno”]

Proprio dal quotidiano francese nasce la polemica e ci si interroga sulla necessità del museo di utilizzare questi mezzi per farsi pubblicità. D’altronde questo tipo di interventi potrebbe essere considerato deleterio per arte e cultura in quanto sintomo di commercializzazione e passivo consumismo culturale.
Bisogna premettere che non è la prima volta che il Louvre affitta i suoi spazi per scopi cinematografici ( si veda per esempio 50 Sfumature di Grigio, I Puffi, The Dreamers, Il Codice da Vinci ecc.), eppure nessuno di questi ha creato tanto scandalo come il video rilasciato dai coniugi, che si sono firmati con il nome The Carters. La motivazione forse è da ricercarsi nella viralità che ha esposto il museo e le sue opere a nuove e molteplici interpretazioni.
Ma giunti nell’era in cui tutti possono fruire liberamente dei contenuti veicolati attraverso la rete, l’equazione popolare uguale mediocre diventa un misconcetto da scomporre.
Non bisogna dimenticare che il Louvre, oltre a essere il museo più visitato al mondo, svolge il suo ruolo seguendo tutte le funzioni dettate da ICOM e dunque può permettersi di aprirsi a nuove strade al fine di valorizzare il suo brand e includere una varietà di pubblico sempre maggiore.
Infatti, incoraggiati dal successo, il direttore del Louvre Jean Luc Martinez decide di aprire un tour ispirato al videoclip e il duo musicale chiede in prestito il Colosseo.

Ma ciò che mette al centro del dibattito culturale il videoclip è anche il fatto che quella delle due star musicali è un’operazione eminentemente artistica con un pregnante valore simbolico a livello sociale.
Le interpretazioni più diffuse di APESH*T vogliono che le danze sinuose e le inquadrature emblematiche attraverso cui la coppia afroamericana si muove fra le sale del museo non abbiano solo degli scopi estetici (seppure conseguiti eccezionalmente) ma siano un vero e proprio inserimento di una nuova forma d’arte nel kanon contemporaneo, a lungo negato alla comunità afroamericana. Presentandosi così come nuovi Napoleone e Josephine che si auto-incoronano davanti al popolo.

 


Beyonce e un gruppo di ballerine
danzano sotto il dipinto di Jacques-Louis David
“L’Incoronazione di Napoleone”.
Screenshot dal video su Youtube

L’estetizzazione, e ostentazione, del loro successo attraverso il video è tangibile, talvolta contestabile, ma esso riproduce anche dettagli e accostamenti inusuali in cui corpi di diverse sfumature di colore prendono il controllo dello spazio fisico e culturale, mentre la camera si sofferma su dipinti e sculture simbolo della cultura e bellezza occidentale, del potere e della carne. Sembra una rivoluzione inaspettata, lo stesso duo non può credere di avercela fatta (“Can’t believe we made it” canta Beyoncé in APES**T), e adesso si gode lo spettacolo.

Il video musicale assume un carattere polivalente che riesce perfettamente nel mescolare fini commerciali e creatività, cultura pop e cultura “alta”, intrattenendo e allo stesso tempo fornendo i segni per ricalcare le diverse sfaccettature della nostra epoca.
Recentemente un altro videoclip (sempre di un cantante afroamericano) ha fatto molto parlare di sé, proprio grazie alla capacità di questa arte di generare dei messaggi in codice attraverso il lavoro sinergico di musica, immagini e coreografia.
Rispetto a Beyoncé e Jay-Z, Donald Glover, in arte Childish Gambino, ci presenta un universo differente, dove sui neri ancora vige violenza, discriminazione.
Le discriminazioni razziali infatti sussistono, rivelandosi, soprattutto nell’America di Trump, un problema non ancora superato.
Secondo Paolo Armelli di Wired <<Il bilancio di “This Is America” è un ambivalente grido d’allarme: da una parte Glover denuncia i pericoli e la violenza che circondano le black community negli Stati Uniti, dall’altra sembra suggerire una specie di autocritica rispetto a quei modelli consumistici che annebbiano la vista di chi invece dovrebbe portare avanti valori più importanti, afroamericani in primis>>
Tutto ciò richiama alla mente i neon di Glenn Ligon, che rappresentano questa dicotomia americana tra il sogno di prosperità ed equità e la difficile realtà esistente.
Come ci dimostra APESH*T, anche il museo, grazie a questo medium, può diventare il luogo in cui comunicare un messaggio specifico. Musica e immagini in movimento insieme possono essere strumenti potenti, pervasivi in tutti gli strati della società, per trasmettere un messaggio emblematico, che ha il gusto ambivalente di entertainment e denuncia sociale.
E l’istituzione museale, con le dovute cautele (riguardo in particolar modo la conservazione dei beni che ha in carico), se inserito come co-protagonista di queste storie può farsi portatrice di inclusione e apertura verso le nuove generazioni e le nuove forme di diffusione.
Il videoclip, che si pone come obiettivo anche quello di mandare dei segnali precisi, può essere uno dei tanti mezzi con cui il museo può rigenerare la sua immagine, lasciandosi alle spalle la concezione che lo vedeva ingabbiato nella cristallizzazione del passato. I suoi contenuti sono vivi, e si confrontano con i cambiamenti sociali del presente.
I significati di cui sono portatrici le opere hanno un riscontro nell’attualitá e di riflesso l’istituzione stessa che le conserva si rivela il luogo adatto per instaurare un dialogo tra passato e modernità.

Il museo che si apre a queste forme di spettacolarizzazione non deve essere considerato semplicemente sfondo, set cinematografico ma scrigno di significati ancora influenti e rilevanti nella società contemporanea.
É ormai indubbio che Il museo debba sempre di più porsi in conversazione con il presente. E questo Non solo attraverso l’aggiornamento dei nuovi metodi di comunicazione interni al museo stesso, ma soprattutto partecipando attivamente alla vita culturale, politica e sociale della comunità. Questa partecipazione può provenire da programmi costruiti ad hoc dal museo, ma può anche nascere dall’ intreccio con scenari atipici per l’istituzione.
In questo contesto anche il museo diventa, sempre più, transmediale, un luogo il cui contenuto può essere, come direbbe Francesco Casetti, rilocato su diverse piattaforme e forme di comunicazione.

[/read]

Alternanza scuola-lavoro: perché è così importante?

Per la seconda volta soluzionimuseali-ims ha ospitato nel suo studio gli studenti dell’IIS Falcone-Righi di Corsico in occasione dell’alternanza scuola-lavoro.

L’alternanza scuola-lavoro consiste in una modalità didattica che permette agli studenti, di età compresa tra i 15 e i 18 anni, di svolgere parte del percorso di studio presso un’impresa.

Questo modello offre grandi vantaggi sia per gli studenti che per la società e le aziende.
Fare alternanza infatti significa incoraggiare l’orientamento dei giovani che prenderanno parte alla vita sociale ed economica del paese, ovvero il capitale umano del futuro.

Collaborando con le scuole le aziende saranno facilitate nel trovare figure professionali di cui hanno bisogno poiché lo studente saprà inserirsi all’interno di un sistema aziendale più rapidamente ed efficientemente.

 

Ma perché questo modello favorisce l’apprendimento dello studente?

L’alternanza rappresenta un ottimo metodo per superare la tradizionale barriera tra teoria e pratica.

Secondo il filosofo americano John Dewey l’apprendimento dovrebbe essere rilevante e pratico e non solo passivo e teorico. Da qui nasce la definizione learning by doing: quando si tratta di imparare non significa che bisogno solo memorizzare i contenuti teorici, ma bisogna anche comprenderli attraverso il fare e l’operare.

Quindi bisogna…

“… guidare gli studenti a risolvere il problema fornendo loro un attività pratica per imparare la soluzione.”

 

L’alternanza scuola-lavoro oggi rappresenta un ruolo strategico fondamentale per le aziende se pensiamo che la competizione non è più solo tra singole aziende ma anche tra sistemi territoriali. Di conseguenza se il territorio in cui opera l’azienda non è competitiva, non lo sarà nemmeno l’azienda stessa.

L’anima di un luogo

Succede che quando una piccola località diventa meta costante di un turismo che sa quasi di pellegrinaggio, il turismo stesso può diventare così invasivo da snaturate l’anima di quel luogo e comprometterne il suo equilibrio.

E’ il caso di Cortona, un antico paesino in Toscana, divenuto famoso grazie al successo del best-seller “Sotto il Sole della Toscana” della scrittrice Frances Mayes.

The Genius of a Place – L’anima di un luogo, della regista americana Sarah Marder e di Olo Creative Farm è una pellicola indipendente girata durante l’arco di cinque anni, che segue la vita degli abitanti del borgo toscano, indagando lo sviluppo economico portato dal turismo e i problemi ad esso collegati.