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The Best in Heritage 2019

La 18esima edizione dell’evento The Best in Heritage si é svolta a Dubrovnik dal 25 al 27 Settembre 2019 e ha riunito un’ampia portata di professionisti da tutte le parti del mondo.

The Best in Heritage é una conferenza unica che presenta i migliori progetti legati al patrimonio culturale a livello globale.

L’eccellenza é anche legata al riconoscimento di un “Project of influence”, ovvero un progetto in grado di apportare un cambiamento e avanzare la pratica professionale.

Il riconoscimento “Project of Influence 2019” é stato assegnato a LAMO Centre, da Ladakh, India  – presentato da Monisha Ahmed. Al secondo posto troviamo sia il Detroit Historical Society, dagli Stati Uniti – presentato da Tracy Smith Irwin and Marlowe Stoudamire, e sia lo State Museum of History of GULAG, da Mosca – presentato da Anna Stadinchuk.

Per “IMAGINES Project of Influence”, riconoscimento per progetti multimediali e legati alle nuove tecnologie, la giuria collettiva ha scelto #Romanovs100 & #1917LIVE – presentato da Ivor Crotty di RT. Al seguito troviamo Songlines: Tracking the Seven Sisters Interactive Project del National Museum of Australia – presentato da Sarah Ozolins; e al terzo posto troviamo #ArchiveLottery project – presentato da Adam Corsini del Museum of London .

Entrambi i premi sono simbolo di eccellenza e professionalità. I due “Projects of Influence” vincitori saranno invitati a prendere parte all’appuntamento biennale Exponatec a Colonia e alla MPT-Expo (Chinese Association’s Museum Fair).

L’evento a Dubrovnik é solo una breve versione della conferenza che continua e circola sul web durante tutto l’anno in un archivio di presentazioni delle edizioni passate, accessibili gratuitamente qui http://presentations.thebestinheritage.com/

Seppur piccola, la conferenza rimane unica per il suo raggio globale e la sua abilità di indirizzarsi all’intero settore. Vengono coinvolti infatti archivi, biblioteche, istituzioni virtuali, progetti digitali etc.
La connessione che si crea tra diversi enti e individui professionali fa sì che The Best in Heritage diventi una piattaforma e un’esperienza in grado di ispirare.

Nella prossima newsletter approfondiremo l’argomento raccontandovi di più sull’edizione di quest’anno!

I video delle presentazioni saranno resi disponibili periodicamente al seguente canale Youtube:
https://www.youtube.com/user/TheBestInHeritage


Consigli di Lettura – Settembre

ICOM e la proposta di una nuova definizione di museo

Non si può far passare Settembre senza fare una veloce considerazione sulla Conferenza Generale dell’ICOM che si è svolta a Kyoto all’inizio del mese.
Come tanti sapranno, uno spazio particolare era stato destinato alla votazione della nuova definizione di museo su cui una Commissione apposita aveva lavorato per quasi un anno, raccogliendo suggerimenti e proposte attraverso una piattaforma aperta a tutti i soci ICOM.

A prescindere che in un anno sono state raccolte 250 proposte di definizioni, alcune delle quali espressione di lavori collettivi che i vari Comitati Nazionali o gruppi di lavoro avevano precedentemente sintetizzato, la versione finale proposta per sostituire la definizione attuale non ha accontentato nessuno, richiamandosi a ideali e valori generici, attribuibili a qualsiasi attività che si possa definire culturale, scarsamente caratterizzanti l’identità del museo contemporaneo.

Ma proprio qui si pone la questione. Noi consideriamo i musei organismi viventi, alcuni dormienti, altri moribondi, ma tuttavia organismi con una vita nel presente, la cui identità è un misto fra ciò che ogni singolo museo propone e ciò che viene percepito dai suoi visitatori. É possibile dare una definizione universale a questo fenomeno?
Soprattutto, la molteplicità di tipologie di musei, delle loro collezioni e delle loro attività nei campi della ricerca, della educazione e della socialità, permette di formulare una definizione univoca a cui tutti i musei del mondo dovrebbero attenersi?
Un’altra variabile che rende difficoltoso promuovere una definizione univoca e universale riguarda gli ambienti in cui i vari musei nel mondo si trovano ad operare, le situazioni politiche e culturali da cui sono nati, le condizioni economiche da cui dipendono. Ambienti, non paesaggi, che incidono pesantemente sulla vita, e sulla identità di un museo.

I modelli sono importanti per stimolare emulazione, miglioramento, anche una sorta di competitività creativa, ma forse ICOM potrebbe supportare i musei a trovare una propria definizione più che a fornirne una, che rischia di divenire vincolante: troppo spesso, nelle missioni dei musei italiani – e
non solo – viene riportata più o meno pedissequamente l’attuale definizione di museo a prescindere dalla propria identità e contesto.

Auguriamoci quindi che il tempo che è stato concesso per trovare una più condivisa sintesi, sia anche un periodo di riflessione di ogni museo su cos’è e cosa vuole essere.

Nel frattempo, noi di soluzionimuseali-ims abbiamo raccolto alcune definizioni:

E voi, cosa ne pensate?

Musei e scelte consapevoli

Si parla spesso del visitor journey all’interno di un museo. Tuttavia, spesso vengono trascurate le ragioni che catturano il visitatore – a monte e a valle dell’esperienza museale, e i motivi reali che fanno nascere il desiderio, se non il bisogno, di andare a visitare un museo e l’impatto che questo può avere sulla vita dei visitatori a lungo termine.

Ma se tramite appositi strumenti conoscitivi e strategici si possono prevedere i bisogni del pubblico – attivando per esempio la mole di big data disponibili –  e cercare di soddisfarli, la museologia tuttavia fa fatica a comprendere cosa davvero rimane al visitatore alla fine di una visita. Non parliamo di condivisioni social, recensioni, passaparola ma come il museo e il suo contenuto ci trasformano individualmente, influenzano le nostre decisioni quotidiane e il nostro stile di vita.

Se infatti il museo è un luogo in cui trovare ispirazione e arricchirsi con nuovi pensieri e prospettive, non si può escludere che abbia anche il potere di renderci, per esempio, dei cittadini consapevoli.

Sono molti i musei oggi che lavorano per la promozione della sostenibilità ambientale. E ve ne sono alcuni che riescono effettivamente a smuovere qualcosa. 

Quest’estate The Horniman Museum&Gardens di Londra con il suo pop up display “Beat plastic pollution” ha ispirato i più giovani ad agire concretamente contro l’inquinamento delle acque.

Il museo ha introdotto più di 150 oggetti di plastica all’interno del proprio acquario e sostituito le meduse con borse di plastica. Un’azione che non è passata inosservata agli occhi dei bambini. Il sito del museo riporta la storia di un bambino di 5 anni che, dopo la visita, ha creato un opuscolo sull’argomento, portandolo a scuola e discutendo del tema in classe. Qui potete trovare la notizia completa.

Un’istituzione rispettata e investita di fiducia da parte del pubblico può anche agire in prima persona per dare l’esempio. Sempre nel Regno Unito i musei diventano punti di protesta per differenti manifestazioni come il Pride e il recente Global Climate Strike dello scorso 20 Settembre. Recentemente, il Natural History Museum londinese ha dichiarato di prendere parte alla campagna OneLessBottle, la quale ha come obiettivo quello di eliminare la plastica monouso nella capitale inglese.

Tutto ciò é dovuto anche alla spinta che la Museum Association ha dato negli ultimi anni verso una presa di coscienza dei musei nella promozione dei diritti umani e civili e che è sfociata in manifestazioni di attivismo sociale. La campagna “Museum Change Lives”, diventata missione e manifesto della MA, é un chiaro esempio della direzione intrapresa.

Le istituzioni culturali devono rendere conto del fatto che per loro natura “si esprimono per presa di parola o per scelta di sottrazione, per i pieni che sagomano e per i vuoti che lasciano” (Cimoli 2018) influenzando valori e atteggiamenti.

Una comunicazione efficace e un messaggio dal forte impatto possono quindi interagire con le decisioni che prendiamo e i principi che regolano la nostra quotidianità.

Convenzione di Faro: intervista a Luisella Pavan-Woolfe

L’Italia, con la sospensione della ratifica della Convenzione di Faro, blocca la possibilità di promuovere una nuova visione e un nuovo rapporto tra patrimonio culturale, comunità e diritti umani.

Ne parliamo con Luisella Pavan-Woolfe, direttrice del Consiglio d’Europa Ufficio di Venezia e autrice di un nuovo volume che presenta i contenuti e commenta la portata innovatrice della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul Valore del Patrimonio Culturale per la Società, nonché le strategie elaborate per la sua implementazione, tracciando un bilancio del contesto italiano.

Dottoressa Pavan-Woolfe, dal 2015 Lei è la direttrice dell’ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa e, da lì, si è impegnata molto per diffondere la conoscenza della Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore del Patrimonio Culturale per la società, meglio conosciuta come la Convenzione di Faro e per la sua ratifica.
A metà maggio scorso, però, il processo di ratifica da parte del Governo italiano si è nuovamente bloccato. Si è fatta un’idea delle motivazioni?

LPW: La Convenzione, presentata e aperta alle firme degli Stati a Faro in Portogallo nel 2005, è entrata in vigore nel 2011 ed è stata firmato dall’Italia nel 2013.
Durante gli ultimi mesi del 2017, si è assistito ad un intensificarsi dei lavori parlamentari: l’obbiettivo era chiaramente di concludere l’iter di ratifica, il che purtroppo non e’ stato possibile realizzare a causa del termine della legislatura. 
I lavori ripresi nel 2018 hanno conosciuto una nuova battuta d’arresto lo scorso marzo per la volontà espressa da parte del Senato di ulteriori approfondimenti. 
Il cambio di governo e i nuovi equilibri in seno a Camera e Senato possono aver fatto scaturire dubbi e considerazioni anche di natura politica sul disegno di legge.
Il mio augurio è che tali questioni, tecniche o politiche esse siano, vengano presto affrontate e risolte poiché la Convenzione già da tempo viene apprezzata e implementata nel nostro paese da comuni e regioni di diversa maggioranza politica, riconoscimento questo dei valori universali di democrazia e coesione sociale, e della centralità dei diritti culturali e della salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale per la società che la convenzione veicola. 
Lo stesso Ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, ha sottolineato quanto i principi e valori ispiratori della Convenzione siano già presenti anche nell’attività ministeriale, lasciando intendere, mi sembra, come gli attuali impedimenti alla ratifica siano superabili.

La Convenzione di Faro è un “accordo quadro”: a seguito della ratifica il governo e il ministero devono dar vita a un quadro normativo nazionale che definisca il patrimonio come oggetto dei diritti del singolo individuo e attivare meccanismi di monitoraggio e controllo. Pensa che sia stato l’aspetto economico a bloccare nuovamente il processo di ratifica?

LPW: Come giustamente sottolineato, questa è una convenzione quadro, la quale indica una serie di obiettivi lasciando agli stati un’ampia libertà di scelta sui tempi e sui modi in cui perseguirli. 
L’attuale disegno di legge prevede sì degli oneri di attuazione, in realtà minimi (un milione di euro all’anno) ma questi, in caso di necessità, possono subire delle variazioni attraverso un decreto da parte del Ministro dell’economia e delle finanze.
Tenderei pertanto a credere che questa non sia tra le principali cause dell’arresto dell’iter di ratifica. 

Nel Suo libro “Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi” edito per LINEA edizioni, riporta alcuni esempi di progetti attuati nei Paesi che hanno già ratificato la Convenzione. Quali sono gli aspetti più interessanti di questi progetti che potrebbero portare ad una riconsiderazione della ratifica?

LPW: Nonostante queste realtà siano molto differenti tra loro, poiché calate in contesti storico-sociali eterogenei, da tutte (si tratti di Marsiglia, Fontecchio, Viscri o Venezia) emerge chiaramente il ruolo cardine svolto dalle comunità patrimoniali, veri e propri “ponti” tra le esigenze delle amministrazioni da una parte e degli abitanti dall’altra. La condivisione di responsabilità per la tutela del patrimonio culturale ha reso partecipi, in questi differenti contesti, tutte le parti in gioco, diffondendo la consapevolezza dell’importanza della conservazione, protezione e trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni future e rivitalizzando la memoria delle comunità, delle tradizioni, dei monumenti e dei luoghi.
Questa nuova visione del rapporto tra patrimonio culturale e le comunità che lo vivono e custodiscono, svela la forte interconnessione che esiste tra la tutela dei beni culturali e il rispetto dei diritti umani. I diritti culturali, ed in particolare il diritto all’accesso e alla fruizione del patrimonio culturale, vengono così visti come diritti fondamentali di ogni individuo a pari titolo dei diritti civili, politici e sociali. Al tempo stesso un uso sociale, democratico, coesivo ed inclusivo  del patrimonio, porta ad una migliore qualità della vita e un’accresciuta conoscenza del territorio a livello collettivo.

I Paesi che hanno già ratificato la Convenzione sono tutti Paesi del blocco ex sovietico. Pensa che sia motivato da un approccio differente alla cultura e alle sue finalità? 

LPW: Ad un livello generale, se guardiamo ai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, notiamo come il cammino della Convenzione sia diversificato e ancora in divenire a 14 anni dal suo lancio: 25 paesi l’hanno firmato e di questi 18, al momento, l’hanno ratificata.
Molti tra i paesi  dell’Europa occidentale più popolosi e ricchi, ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, non l’hanno ad oggi neppure firmata.
Austria, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia e Portogallo l’hanno però ad oggi ratificata. Italia, Spagna, San Marino, Svizzera e Belgio l’hanno firmata e non ancora ratificata. 

Questo è in contrasto con quanto avvenuto con molti paesi del blocco ex sovietico. 
La motivazione è né univoca né casuale. Da un lato possiamo notare la difficoltà riscontrata da alcuni stati ad inserire, in maniera coerente e organica con la propria legislazione esistente, i principi “rivoluzionari” portati dalla Convenzione, i quali spostano l’attenzione dalla consolidata opera di tutela e salvaguardia del patrimonio culturale al diritto dei cittadini alla partecipazione culturale. Dall’altro, bisogna tenere presente che la convenzione ribadisce come il patrimonio debba e possa essere strumento di democrazia, costruzione di pace e di coesione sociale. Questo può aver fatto maggiormente leva tra i paesi dei Balcani occidentali che hanno vissuto un conflitto fratricida in tempi non lontani, un conflitto durante il quale il patrimonio culturale – dal ponte di Mostar alla biblioteca di Sarajevo – era divenuto strumento di contrapposizione etnica e oggetto di distruzione identitaria.

Nel Suo libro sono riportati anche progetti italiani che si sono ispirati a “Faro”. Non pensa che, in fondo, il Sistema Museale Nazionale, che prevede un forte coinvolgimento dei pubblici e dei territori, vada già nella direzione indicata dalla Convenzione di Faro?

LPW: Sono pienamente d’accordo. Molte delle esperienze italiane e internazionali presenti nel volume testimoniano progetti e iniziative che hanno origine ben prima della nascita della Convenzione. La raccolta e la messa in rete di tutte queste preziose esperienze, secondo i principi e le raccomandazioni della Convenzione, le fa divenire buone pratiche fruibili e replicabili in diversi contesti. In un paese come il nostro in cui, secondo i dati di un recente Eurobarometro, il tasso di partecipazione alla vita culturale è tra i più bassi d’Europa, perseguire il potenziamento delle sinergie fra pubbliche istituzioni, cittadini, abitanti e associazioni mettendo a sistema quanto già esistente, risulta fondamentale. Esistono inoltre Piani d’azione biennali per la creazione di reti di buone prassi e di comunità, che vanno proprio in questo senso.

Cosa pensa si possa fare, adesso? Come si aspetterebbe che reagisse la comunità culturale italiana?

LPW: Mi auguro innanzitutto che l’iter parlamentare riprenda e che l’Italia possa ratificare in tempi brevi la convenzione. Darsi un quadro legislativo certo non potrebbe che consolidare i principi della convenzione nella prassi di istituzioni e società civile e supportare le iniziative spontanee di associazioni volontarie, istituzioni locali e comunità patrimoniali.
La ratifica della Convenzione è una tappa importante del percorso intrapreso in modo spontaneo da molti in Italia.  
La sede italiana del Consiglio d’Europa continuerà la sua opera di sensibilizzazione nei confronti di cittadini, attori della comunità culturale italiana e istituzioni. Tra le varie attività portate avanti, ricordo che anche quest’anno a livello nazionale stiamo coordinando l’organizzazione di Passeggiate Patrimoniali in particolare durante le Giornate europee del Patrimonio. Questi strumenti della Convenzione sono speciali percorsi tematici che, superando la tradizionale modalità della visita guidata e interpretando il diritto al patrimonio culturale definito nella Convenzione di Faro, consentono ai partecipanti di scoprire e/o riscoprire un territorio attraverso gli occhi e le voci di chi lo vive. Essendo realizzate direttamente da cittadini, associazioni ed istituzioni legate ad un certo luogo ed ivi operanti, favoriscono una comprensione più profonda del patrimonio, la sua valorizzazione e una fruizione più sostenibile. Il programma è cresciuto di anno in anno grazie alla collaborazione con la Federazione italiana dei club e centri per l’UNESCO (FICLU) e alla pubblicizzazione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali (MiBAC). Da quest’anno si avvale anche del supporto e partecipazione di Federculture e della Rete WIGWAM. In alcune delle passeggiate proposte durante le Giornate Europee del Patrimonio verranno coinvolti anche alcuni Parlamentari che si stanno adoperando per la ratifica della Convenzione.
Non posso infine che invitare i numerosi operatori del settore culturale italiano a far propri i principi e valori della convenzione, implementarli attraverso le rispettive attività e attivare le  proprie reti di contatti per una ripresa finalmente conclusiva dei lavori parlamentari di ratifica della convenzione. 

BIOGRAFIA

Nata a Trieste, Luisella Pavan-Woolfe ha studiato a Venezia e negli Stati Uniti e si è laureata in Scienze Politiche magna cum laude all’Università di Padova. In tale sede universitaria ha lavorato successivamente come assistente di ruolo presso la cattedra di diritto anglo-americano.

In qualità di funzionario della Commissione Europea ha sviluppato nuove politiche e legislazioni nelle aree della protezione dell’ambiente, dei trasporti, dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne e del contrasto alle discriminazioni. Ha inoltre gestito i fondi strutturali dell’Unione europea finalizzati al sostegno della formazione, istruzione e occupazione.

E’ stata la prima direttrice per le Pari Opportunità ad essere nominata dalla Commissione Europea. Entrata nel 2007 nel Servizio Diplomatico dell’Unione, ha aperto la delegazione dell’UE presso il Consiglio d’Europa ed è stato il primo ambasciatore residente dell’Unione a Strasburgo. Qui ha rappresentato l’Unione, coordinato i Paesi membri e lavorato sui temi dei diritti dell’uomo e della democrazia.

Da luglio 2015 è Direttore dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa.

E’ autrice di vari articoli su questioni europee. Ha pubblicato “Il fondo Sociale europeo nello sviluppo italiano”, un libro sulle interrelazioni fra fondi strutturali, politiche dell’impiego e affari sociali in Italia. Ha ricevuto nel 1998 il premio europeo della Fondazione Bellisario per le Donne Imprenditrici.

Nel 2019 pubblica Il valore del Patrimonio culturale per la società e le comunità – La Convenzione di Faro fra teoria e prassi.

VILLA CHINI RIAPERTA A BORGO SAN LORENZO: un po’ di soluzionimuseali-ims anche qui

Il 6 aprile scorso ha riaperto al pubblico il museo di Villa Chini, un affascinante complesso neorinascimentale nel territorio del Mugello, a Borgo San Lorenzo, qualche decina di chilometri da Firenze. 

Le ceramiche di Galileo Chini, (Firenze, 1873 – 1956) artista poliedrico, portavoce dell’artigianato italiano all’estero e propulsore in Italia di uno stile “orientale”, hanno trovato una adeguata valorizzazione in sei vetrine ad isola di grandi dimensioni prodotte da soluzionimuseali-ims. 

Alcune delle vetrine

Tate Modern: il brand che sorpassa il British Museum

Secondo i dati del 2018 la Tate Modern raggiunge 5,9 milioni di visitatori, superando così i 5,8 milioni del British Museum e guadagnandosi il primato come prima attrazione del Regno Unito.

É la prima volta dalla sua apertura, avvenuta nel 2000, che il museo raggiunge questo risultato.

Il British Museum, aperto nel 1753, vanta di un ricco passato e nel tempo ha sviluppato una forte reputazione e identità. Eppure negli ultimi decenni, mentre l’importanza della brand orientation per i musei assume una rilevanza strategica da non sottovalutare, il British Museum sembra appoggiarsi fermamente sulla sua consolidata rinomanza perseguendo una politica di marca poco mirata nel dichiarare in maniera trasparente unicità, differenza e valori.

E forse proprio per questo il giovane museo di arte moderna e contemporanea, collocato in un’ex centrale elettrica e costruito sotto la direzione architettonica di Herzog & De Meuron, sorpassa in un ventennio l’icona storica che ha definito a lungo l’immaginario legato alla parola museo.

Non è un caso che proprio TATE sia uno dei case studies più citati quando si parla di museum branding. A fare la differenza non é solo l’immagine coordinata ideata dallo studio di Wolff Olins, ma soprattutto il fatto che il museo abbia creato una precisa percezione nella mente dei visitatori che risulta coerente in ogni suo aspetto. 

In un mondo in cui differenziarsi diventa un imperativo per emergere nel mercato, é il brand a creare valore. Un valore per il pubblico che si trasforma in valore economico poiché in grado di attrarre nuovi visitatori, nuovi sponsor e fondi.

Un lavoro strategico quindi, quello della Tate e di molti altri musei inglesi (come quelli presenti nel grafico), dimostratosi un valido modello per incrementare l’attrattività e la qualità dei rapporti con gli stakeholders.

Anche soluzionimuseali-ims si occupa di Museum Branding.
In occasione della riapertura di Villa Bernasconi, una stupenda villa liberty collocata nel panorama di Cernobbio sul lago di Como, abbiamo svolto una analisi di brand position a conclusione dell’intero progetto di definizione del nuovo Brand Villa.

Sei interessato a sapere come costruire un brand efficace per il tuo museo?

Contattaci per una consulenza!

Verso una nuova definizione di museo

VERSO UNA NUOVA DEFINIZIONE DI MUSEO

È ancora attuale la definizione di museo riportata nello statuto ICOM del 2007?

Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.

La normativa italiana (D.M. MIBAC 23 dicembre 2014  Organizzazione e funzionamento dei musei statali  all’art.1) la riprende in versione integrale aggiungendo alcune specificazioni finali: “promuovendone la conoscenza presso il pubblico e la comunità scientifica”. Moltissimi musei italiani la adottano, quasi integralmente, nella definizione della propria missione. 

Tuttavia, i cambiamenti dell’ultimo decennio hanno portato ad allargare i confini del museo e della sua identità.

In seguito, alla Conferenza Generale ICOM 2016 a Milano, è stato nominato un nuovo Standing Committee per studiare e modificare la definizione di Museo.

Quest’anno, ICOM ha lanciato una call aperta a tutti per partecipare alla creazione di una nuova e aggiornata definizione che verrà presentata durante la General Conference di ICOM a Kyoto. L’iniziativa sembra aver riscosso successo, segnalando un processo decisionale partecipato efficace in grado di cogliere le differenti prospettive esistenti sul tema. Oltre 250 proposte sono state inviate da ogni parte del mondo: potete leggerle tutte qui.

In questa particolare occasione non possiamo che ricordare il Manifesto proposto dal Simposio Internazionale Museology and Values, che si è svolto nel settembre 2018 a Firenze, ideato dall’Opera di Santa Maria del Fiore in collaborazione con soluzionimuseali-ims.

Nell’attesa di scoprire quale sia oggi a livello istituzionale il nuovo significato del concetto di “museo”,  vi lasciamo riflettere sul lascito di questa grande conferenza, che incita il museo ad essere più vicino all’essere umano e alla sua dignità.
Di seguito potete trovare il Mission Statement redatto da alcuni dei direttori dei più grandi musei del mondo: MANIFESTO MUSEOLOGY&VALUES.

Looking inside the “Cabinet” twenty-one years after – S.E. Weil ICOM MEMORIAL LECTURES 2016

Fra qualche mese si rinnoverà l’incontro internazionale dei professionisti museali nella 25° conferenza generale di ICOM a Kyoto. Fra le varie sessioni, le memorial lectures rivestono un interesse particolare e, dal mio punto di vista personale, quella che riguarda Stephen E. Weil assume una notevole importanza per la lungimiranza del suo pensiero e l’acutezza delle sue analisi.Durante la conferenza generale che si svolse a Milano nel 2016, ho cercato di mettere in nuce quanto del pensiero di Weil sia ancora attuale e possa ancora aiutarci nel nostro lavoro. Qui per voi la lettura del testo.

 

 

Cascina Linterno: eredità europea di Petrarca

Da anni stiamo con CSA Petrarca, che ha recentemente vinto il bando per la gestione di Cascina Linterno. L’associazione ha fra i suoi scopi la valorizzazione della memoria storica del luogo e contribuire alla divulgazione su Francesco Petrarca: la cascina è infatti l’unica rimasta delle abitazioni milanesi in cui Petrarca risiedette durante il periodo trascorso presso i Visconti.

“Casa Petrarca” e il suo territorio, con le sue marcite e i fontanili riescono ancora oggi a restituire agli occhi di chi le visita le atmosfere in cui si muoveva il poeta. Ricordare il soggiorno di Petrarca a Milano, dove restò per buona parte di un decennio (1353-1361) è importante per restituire al territorio la dimensione concreta e locale della figura.
Ma anche perché, per la sua storia e le sue produzioni, l’eredità di Francesco Petrarca ha una portata ben più ampia.
Seguire le tracce di Petrarca porta lontano perché fa riflettere su una figura che più di tante altre ha una dimensione aperta e superiore a quella regionale o nazionale: questo non solo perché Milano fu solamente una tappa nei continui viaggi del poeta “nato in esilio”, ma perché la sua produzione culturale influenzò tutto il continente nel momento in cui per la prima volta cominciava a nascere un’identità culturale europea comune.
In un momento in cui l’Italia svolge un ruolo di guida nel campo della cultura e delle arti, Petrarca fu indubbiamente la figura letteraria chiave. E il suo muoversi, senza radicamento, di corte in corte ha un significato non solo pratico, ma anche simbolico, che ci ricorda il valore culturale unificante del viaggio. I viaggi di Petrarca si accompagnano infatti alla ricerca di una base culturale comune per l’Europa, alla riscoperta degli antichi e alla loro riattualizzazione nello sforzo di trovare dei valori universali in un contesto politico segnato dalla violenza e dal conflitto. Il poeta che più di tutti mise al centro l’individuo fu anche quello che nella complessità e ambivalenza del mondo interiore trovò anche un linguaggio che fosse condivisibile da tutti gli uomini: saper riconoscere di provare le stesse emozioni diventa così la base su cui poter costruire una vera convivenza.
La comunanza di esperienza è quindi la chiave per la fondazione della comunità. Questo messaggio fu bene accolto dai diretti successori di Petrarca, dalla comunità culturale che si andò a creare a partire dall’eredità che lasciò (insieme a Dante e Boccaccio) a tutta l’Europa. In un momento di guerre e trasformazioni sovranazionali era forte il desiderio di costruire rapporti: di creare una comunità che fosse internazionale ma che parlasse una lingua comune, che si riconoscesse negli stessi valori e che in questi, e non nei conflitti fra i popoli, sapesse costruire la propria identità.
La cultura europea che si ispirò a Petrarca fu una cultura che ricercava il confronto, e che seppe riconoscere nel dialogo la vera conoscenza.
Cercando una connessione fra gli antichi e moderni Petrarca pose le basi per il primo movimento di unificazione culturale europea. E creando un linguaggio della soggettività diete vita ad una lingua della comunità.

La portata di Petrarca e l’eredità che ha lasciato alla cultura europea si trova veramente quando si apre lo sguardo, e si riconoscono in questa cultura le sue dimensioni di socialità, di apertura e di confronto.